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I PONTI SULLO
IONIO (Prefazione)
È
interessante vedere come, nel processo dell’Europa nascente, i popoli europei
con rinnovato interesse rivanghino nel
passato antico e recente attraverso la cultura, alla ricerca della loro storia
in una luce nuova. Una luce di onestà
intellettuale, libera dai pregiudizi e da sovrapposizioni
nazionalistiche e religiose,
prefigurando la futura Europa multiculturale e multietnica dei popoli.
L’odierno recupero dei beni culturali è divenuta
un’esigenza sentita, non solo per la
ricostruzione del percorso storico, ma per la consapevolezza che questi
beni costituiscono una ricchezza
intrinseca da valorizzare, oltreché salvaguardia dall’appiattimento e
dall’omologazione della globalizzazione.
In questo contesto, il recupero della chiesa di
San Mauro, nei pressi del comune di Sannicola (Lecce), costituisce
un esempio lodevole e degno di imitazione da ogni punto di vista.
Fin dalla preistoria, le due sponde dello Ionio
hanno fortemente interagito creando civiltà e cultura indelebili. Il Canale
d’Otranto è stato quella esigua striscia di mare dove, in tutti i periodi
storici, sono stati gettati “i Ponti sullo
Ionio” fra l’intero mondo d’Occidente e quello d’Oriente.
Mediante il simbolismo del Mito, veniamo indotti a credere che in
questo mare, veicolo dell’arborea intercomunicazione delle Civiltà, predomini
la presenza Cretese e dei Micenei narrati nell’Odissea dal sommo Poeta di tutti
i tempi. Nell’antichità storica, la civiltà della Magna Grecia ha caratterizzato
per secoli la regione ed i “Ponti sullo Ionio” sono divenuti il cordone ombelicale con la madrepatria.
Ha fatto seguito il periodo Romano e la civiltà
Greco-Romana, che hanno altresì avuto intensa presenza in questo mare.
Il periodo Bizantino, innestato in un supporto
globalizzante dalle precedenti fasi
storiche, ha visto le due sponde ioniche svilupparsi con continuità, direi in
certi casi etnica e comunque religiosa, in un più vasto sistema di valori comuni.
Poli di sviluppo
come Ravenna, coste Ionico-Salentine e coste Dalmate, ne forniscono la
testimonianza.
Questo periodo storico, rimasto nell’oblio per
lunghi secoli dal proscenio della storia europea, viene a rivalutarsi simbolicamente attraverso il recupero della chiesa di S. Mauro, ed è importante che questa esigenza scaturisca non da
entità storico-scientifiche, bensì costituisca la volontà popolare del
recupero genuinamente culturale di un grande periodo latente.
Prof. Christos
Stremmenos
Già Ambasciatore di Grecia in Italia
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http://www.geocities.com/enosi_griko/churches-crypts1.html
http://www.anticasannicola.it/smauro.htm
http://space.tin.it/computer/tscigliu/index.html
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Le Diocesi di Gallipoli e di
Otranto vengono più volte menzionate nell'Epistolario di
papa Gregorio Magno (590-604). Se questo papa inviava missive ai Vescovi
di Gallipoli, di Otranto e anche di Taranto, ciò significa che quelle diocesi
non erano solo importanti come Vescovadi salentini, ma anche perché i loro
titolari amministravano una cospicua parte del patrimonio della Chiesa di Roma,
che era nella zona ionico-salentina e nel basso Salento.
In età gregoriana,
ripresero l'azione le devastanti guerre dei Longobardi in
direzione della Puglia. Il duca Zottone, che fu il fondatore del Ducato
di Benevento, permise qualche scorreria nella piana pugliese quasi ad
esplorare la possibilità di un'estensione del proprio dominio verso est; ma non
fece oltrepassare le sponde dell'Ofanto, temendo una reazione bizantina in zone
impervie e sconosciute. Fu in seguito
il successore Arechi a riprendere la lotta nell'ultimo decennio del VI secolo,
con l'obiettivo di aprire ai domini longobardi uno sbocco verso il mare
Adriatico.
La presenza dei Longobardi
nel nord della regione interruppe la continuità dei domini bizantini
nell'Italia Meridionale che si affacciavano su entrambe le coste dell'Adriatico
e del Tirreno. Nondimeno le due
popolazioni mantennero a lungo un periodo di pace e seppero coabitare di comune
accordo negli stessi luoghi.
Un'improvvisa incursione di
Slavi Illirici, provenienti dal mare, mise a soqquadro nel 642 coste e villaggi
della zona settentrionale della Puglia. Così tre popolazioni guerriere si
fronteggiavano insieme tra insidie e battaglie e saccheggi. Il successo degli
Slavi sui Longobardi di Aione, caduto sull'Ofanto, fu annullato dal successore
Rodoaldo, che li respinse e li ributtò in mare.
Ma l'episodio di rilevante
spessore che si inserì nel quadro degli scontri, che non conoscevano in pratica
né vincitori né vinti, fu la venuta del Basileus Costante, che
sbarcò a Taranto nel 663. Era la prima volta che un imperatore
bizantino metteva piede nel Meridione alla guida di un esercito, e in
un momento di pressante pericolo di invasioni arabe lungo i confini
orientali dell'Impero, nell'Asia Minore.
La sua venuta tentò di rafforzare il potere imperiale che sembrava
abbastanza compromesso dai rovesci militari subiti da parte dei Longobardi:
agli occhi delle popolazioni rurali quel potere appariva lontano o inafferrabile.
Paolo Diacono, l'unica fonte longobarda
benché assai tarda rispetto a questi fatti del VII secolo, dice che sarebbe
avvenuto un accordo tra il basìleo ed il pontefice allo scopo di impedire che
la capitale della cristianità occidentale cadesse in mano longobarda, dal
momento che Roma era praticamente circondata dai domini longobardi.
In realtà, Costante II venne
in Italia per strappare ai Longobardi le regioni perdute o lasciate
“incustodite” militarmente, per rendere omaggio al nuovo papa ed, in
ultimo, per imprimere un nuovo ordine amministrativo ai possedimenti greci,
ordine nel quale partecipavano come funzionari anche i sudditi del luogo,
purché avessero dato segni di valore e di fedeltà.
Quindi nella primavera di
quell'anno 663 il basìleo comparve con la flotta nel Golfo di Taranto e vi
sostò in attesa dell'arrivo di un altro contingente proveniente dalla
Sicilia. All'occupazione della città
ionica seguirono in poco tempo le conquiste di Oria, di Ceglie, di Monopoli, di
Conversano e poi del promontorio del Gargano. I Longobardi furono cacciati
dalla regione; ma riprendendo le ostilità furono i bizantini a subire una dura
sconfitta prima dal duca Grimoaldo e poi dal successore Romoaldo, che
riconquistò i territori pugliesi del centro nord.
Ai bizantini
rimasero Taranto, Brindisi, Gallipoli e Otranto e tutta la piana salentina, che
da allora prese
il nome di Terra d'Otranto.
Sul lato nord questi confini
furono protetti dal cosiddetto “Limitone dei Greci”, una linea formata
da una serie distanziata di castra di sorveglianza e di difesa,
secondo quanto afferma lo Schmiedt che lo paragona a quello del Friuli
dello stesso periodo.
Le lotte ripresero a metà
circa dell'VIII secolo, allorché sopraggiunsero altri fattori favorevoli ai
longobardi, fra cui le ripercussioni di ostilità manifestate dalle popolazioni
indigene alla questione dell'iconoclastia. Un editto del 727,
emanato dal basìleo Leone III Isaurico, diffuse in tutte le province
dell'Impero Romano d’Oriente il divieto di venerare le immagini, le icone;
da questo divieto non erano escluse le province italiane
nonostante l'influenza diretta o indiretta del Papato romano. Inoltre la
convivenza con i longobardi “cristianizzati” generava una graduale simbiosi,
improntata a una reciproca influenza di vita e di costume, a più stretti
rapporti civili, che fugavano ogni ulteriore ostilità di armi, specie di fronte
al comune pericolo dei saraceni.
Nel IX e X secolo nuove e più
terribili minacce si abbattevano su tutto il Meridione: erano le spaventose incursioni
saracene provenienti dall'Africa settentrionale, nonché le saltuarie ma non
meno sanguinarie invasioni ungariche dell'Europa centrale che qui giungevano
come sparse propaggini di nuclei sbandati e senza meta.
La prima comparsa araba
avvenne in Sicilia nel 652, ma non ebbe effetti immediati: fu l'inizio di un
tormentato periodo di piraterie girovaganti per il Mare Ionio; i predoni
sbarcavano di tanto in tanto sulle coste meridionali per fare razzie di
cose e di persone. I berberi in particolare fecero la loro comparsa su Taranto
intorno al 700, e da allora saccheggi e distruzioni si susseguirono nell'arco
dei tre secoli prima del Mille. Longobardi, salentini, bizantini e franchi
carolingi facevano talora lega comune per respingerli. Le aggressioni avvenivano
a sorpresa e le popolazioni colpite non erano nelle condizioni di opporre
resistenza.
Nell'838 i berberi
piombarono sulla città di Brindisi, che era allora in mano longobarda, e
fra il terrore degli abitanti e l'impreparazione delle guarnigioni militari non
ebbero difficoltà a conquistarla. Il castaldo Sicardo lasciò la città portuale
per riorganizzare un esercito in vista dello scontro aperto. Ma l'impresa non fu fortunata: le schiere
caddero in una trappola tesa dai saraceni, che avevano scavato delle profonde
fosse mimetizzate. Pertanto Brindisi fu abbandonata a sé stessa e i suoi
abitanti furono in parte uccisi e in parte fatti schiavi e portati in
Africa.
La città si spopolò
drasticamente e divenne un fantasma desertico a vantaggio di Oria, che
era internata e più in collina: anche la sede del Vescovado vi si trasferì per
sicurezza.
Due anni dopo fu la volta di
Taranto, nell'840, e l'incursione saracena avvenne in un momento assai
difficile a causa della guerra civile tra i principi longobardi di Benevento. Uno di essi era tenuto prigioniero a
Taranto, un centro commerciale abbastanza prospero. I suoi partigiani lo
liberarono travestendosi da mercanti e lo riportarono a Benevento proclamandolo
Principe. Distratti da tali vicende, i longobardi tarantini non opposero
sufficiente resistenza e i berberi ebbero modo di insediarsi nella città e
rimanervi per decenni. In tale occasione faceva la prima comparsa una flotta
veneziana di 60 navi, che agiva per conto del basìleo Teòfilo e che
aveva affrontato i pirati slavi nell'Adriatico; ma la flotta fu decimata.
Taranto fu trasformata in un Emirato
saraceno, divenne un importante centro marittimo per i mussulmani,
che vi concentravano le navi del Mare Ionio. La stessa sorte toccò a Bari
l'anno dopo, nell’841, e anche questa città rimase sotto il dominio saraceno
per decenni. Entrambe ebbero collegamenti marittimi con Siracusa, che fu
l'ultimo porto siciliano caduto in mano araba.
In realtà solo Otranto
era nelle condizioni militari e difensive per resistere all'assedio saraceno
posto dal mare: avevano retto bene le sue mura poderose e inespugnabili,
dal momento che un altro tentativo fu fatto più tardi dagli ungari, nel
924, che scendevano dall'alto Adriatico. Era la roccaforte più sicura di tutto
il Salento e lì si rifugiavano principi e funzionari in situazioni di pericolo.
Le
incursioni si alimentavano sempre più a causa delle continue crisi del Ducato
di Benevento. I due contendenti, Sichenolfo e Radelchi, ex
tesoriere aspirante al titolo di Principe, assoldavano schiere di saraceni
mercenari di diversa origine: siciliana, africana e spagnola. Assetati di
violenza e di saccheggi, passavano con pari spregiudicatezza alle dipendenze o
dell'uno o dell'altro, e si sentivano autorizzati a spadroneggiare e a saccheggiare
ovunque.
A rendere ancora più complesso lo stato di anarchia
nel Meridione intervenne il re franco Ludovico II, figlio di
Lotario, che fu chiamato dai Campani preoccupati dei gravi risvolti in cui
versava Benevento. Il re franco riuscì
a pacificare i due rivali ma a spese della vecchia unità del Ducato, che fu
diviso, come divisa in parte fu anche la Puglia. Taranto passava a Sichenolfo e Bari a Radelchi, mentre l'estremo
Salento rimaneva in mano bizantina. Ma
fu una vittoria sconcertante, perché nella realtà erano i saraceni ad avere
partita vinta, fra prìncipi inetti e rissosi e popolazioni terrorizzate.
La discesa del re carolingio
nel Mezzogiorno e nella Puglia centrale mise subito in allarme i
bizantini, i quali sino a quel periodo degli scontri longobardi non avevano
mostrato interesse a difendere le terre pugliesi, se si esclude la
fortezza di Otranto.
L'iniziatore della nuova dinastia dei Macèdoni, il
basileo Basilio I (867-876), nel quadro di riordino dei territori
imperiali a lungo trascurati, riprese l'offensiva contro i saraceni in questo
lato occidentale italiano, così come faceva allo stesso tempo sui territori
asiatici al confine coi mussulmani. Predispose un piano di movimenti navali sul
Mare Ionio e sul canale d'Otranto allo scopo di tagliare il cordone saraceno
che circondava la Puglia e la Calabria, e che iniziava dalla Sicilia ormai
totalmente in possesso degli arabi. In una tale impresa che richiedeva un gran
numero di legni e un'agile manovrabilità nella prontezza dei movimenti, Basilio
I trascinò ancora una volta Venezia. Il doge Orso approntò
una poderosa flotta in prossimità della Terra d'Otranto: così Venezia si
costruiva gradualmente l'esperienza di una futura potenza marinara
all'ombra del “colosso” bizantino.
Nello stesso tempo un accordo fatto con il
carolingio Ludovico II, non privo di occulte reciproche diffidenze e di
prolungate incertezze operative che solo dopo furono superate, permise alle
truppe dei due imperatori di tenere a bada la regione anche dal lato della
terra ferma. I saraceni perciò furono ricacciati definitivamente dalle zone
occupate dei due emirati. Ma ciò non debellò del tutto il pericolo di ulteriori
incursioni dal mare che si perpetrarono a lungo ancora e in pratica sino alla
venuta dei Normanni.
D'altra parte le popolazioni
si sentivano spesso abbandonate da un potere pressoché inesistente, anche dopo
la prima fase della riconquista bizantina. Sovente nei due secoli successivi,
erano esse stesse a organizzarsi per la difesa, alimentando con proprie reclute
inesperte le truppe guerriere o sostenendo con propri funzionari il debole
potere locale, anche se lo si esercitava in nome di Bisanzio.
Sullo scorcio del IX secolo,
Bisanzio mandò un altro esercito al comando del generale Niceforo
Foca il Vecchio allo scopo di rafforzare le funzioni amministrative del
Mezzogiorno d'Italia.
Il castaldo di
Bari, un longobardo, non fu nelle condizioni di contrastare la marcia dei bizantini verso la città per
rioccuparla, e preferì consegnarla direttamente allo stratego di Otranto,
un tal Giorgio, che vi si trasferì.
Bari divenne allora la sede della nuova provincia meridionale
bizantina, il fulcro amministrativo e militare del nuovo Thema di
Langobardia, nome con cui d'ora innanzi i bizantini designavano
indifferentemente tutto il territorio meridionale longobardo.
Le reiterate aggressioni
continuavano a persistere e a terrorizzare. Nel 925 i saraceni attaccarono
ancora una volta Taranto dal mare, penetrarono nell'entroterra, sconfissero i
bizantini provenienti dal nord della regione e presero Oria, che subì
distruzioni e saccheggi. Molti suoi abitanti furono deportati come schiavi nei
mercati islamici, e solo pochi fecero ritorno dopo un lauto riscatto. Le stesse
popolazioni del tarantino non poterono contenere il loro impulso di
indignazione, di malcontento e di ribellione contro i funzionari di Bisanzio,
che si dimostrarono incapaci di un sufficiente grado di governabilità e di
prevenzione contro gli agguati saraceni tra il 928 e il 934. Il potere fu
ripristinato più tardi dallo stratego Niceforo Foca il Giovane, che si
mosse dalla Calabria e dalla Lucania per ordine del basileo Leone VI il
Saggio, che di lui lodava le virtù guerriere e diplomatiche.
Nella
seconda metà del X secolo, Bisanzio era impegnata nei territori di confine
dell'Asia mussulmana, dove lottava per la sua stessa esistenza politica dato
che subiva non pochi rovesci.
Invece, l'Italia ormai si
difendeva in pratica da sé: ogni città della Puglia e della Calabria
organizzava milizie locali e si avvaleva relativamente delle poche guarnigioni
bizantine presenti. Le scorrerie saracene non lasciavano tregua: ancora una
volta Taranto e Oria vennero date alle fiamme, Brindisi fu saccheggiata nel
poco che aveva, e solo Otranto si salvava grazie alle sue mura.
In una tale situazione mise
ancora più allarme la discesa di Ottone I di Germania, che ricevette
l'incoronazione imperiale a Roma nel febbraio del 962. La discesa
riportava di attualità il rischio delle mire espansionistiche nel Meridione
bizantino da parte degli Imperatori di Sassonia. Bisanzio non potè intervenire.
Il successore Ottone II
discese nel Mezzogiorno, entrò in Bari e prese per breve tempo Taranto,
giustificando il suo intervento come difesa della cristianità ed aiuto alle
popolazioni vessate dalle scorrerie saracene. Poi venne battuto a Stilo
in Calabria nell'estate del 982. Bisanzio questa volta fu costretta a
intervenire in maniera decisa: inviò delle truppe in Italia per
difendere le province imperiali, che fece poi raggruppare in un Catepanato
con il capoluogo a Bari, nel 975: era una nuova istituzione
amministrativa che sostituiva il vecchio Thema.
Tuttavia, la liberazione
della città dalle frequenti incursioni saracene fu opera soprattutto
dell'intervento navale di Venezia, sollecitato dal basileo nel 1006.
Ma questo non valse granché a rendere più tranquillo il dominio bizantino: nel
barese le rivolte per la cattiva amministrazione si susseguivano nel corso
dell'XI secolo. Basti ricordare quelle del longobardo Melo di Bari,
scoppiate tra il 1010 e il 1017, nelle quali comparivano per la
prima volta gli ausiliari normanni.
Fatto sta che il rischio di un distacco, in questa
situazione sfuggente, del Catepanato pugliese da Bisanzio si faceva sempre più
possibile. Un momentaneo intervento armato del Catepano Basilio Boianne ebbe
l'effetto di scongiurare l'estendersi della rivolta, nel 1028. Senonché la morte dell'imperatore d'Oriente Basilio
II di qualche anno dopo mise tutto in forse; e il possesso delle terre
italiane si presentava più incerto che mai.
Il rapporto con le proprietà
della Chiesa di Roma, presenti in Puglia e nel Salento, come si evince dalle
lettere di papa Gregorio Magno, era fondato sull'enfiteusi. Le
Diocesi davano ad alcune famiglie contadine l'usufrutto del terreno agricolo più
lontano dalle proprie sedi; ma a condizioni più favorevoli e più umane. Le
proprietà più vicine alle sedi erano fatte coltivare per conto diretto della
Chiesa e fatte condurre in massa (da cui masseria) come
dice una di quelle lettere.
I longobardi della Puglia,
essendo più guerrieri che contadini, non curavano le coltivazioni delle terre
occupate. Le demandavano alla
popolazione locale latina, preferendo conservare le proprie abitudini di
cacciatori nei boschi e nella macchia, oppure preferendo allevare suini allo
stato brado in cui si rivelavano più esperti.
Con
l'intrecciarsi degli eventi bellici dei secoli VII-X le situazioni si andarono
mutando e differenziando, anche perché via via avveniva una rifusione delle
etnie che si susseguivano in virtù delle invasioni e delle conquiste. Poi la
politica iconoclastica dell'VIII secolo; al rifiuto di Roma di accettarla sui
territori italiani e per giunta di sua proprietà, l’imperatore rispose con la
confisca di questi suoi beni terrieri ovunque si trovassero, e quindi anche di
quelli della Puglia e del Salento.
Successivamente Bisanzio fece
seguire una riforma che prevedeva la creazione di piccole proprietà assegnate
ai contadini-milites in cambio delle prestazioni tenute nell'esercito stanziato
nelle province. L'ordinamento perdurò finché i normanni cacciarono i bizantini
dalla regione, nel corso dell'XI secolo.
Pertanto il sistema della
conduzione familiare dei tanti fundi di proprietà diretta divenne,
proprio a cavallo del Mille, il punto di forza dell'economia agraria salentina
e pugliese. Se si dava il caso che, per
mancata produttività, una di queste singole famiglie non fosse in grado di
pagare la quota fiscale corrispondente alla propria entità agraria, lo Stato bizantino
si rivaleva sulla comunità del villaggio rurale a cui apparteneva quella
famiglia inadempiente.
La riscossione avveniva
tramite i funzionari addetti che risiedevano nei centri cittadini. Il villaggio rurale insieme al suo suolo
agrario costituiva per l'ordinamento bizantino una unità economica
inscindibile che assommava contadini liberi, affittuari e nullatenenti.
Era inoltre una entità
fiscale o circoscrizione, e come tale iscritta sui registri di catasto
del Catepanato pugliese che faceva capo a Bari.
Questa cellula del complesso
organismo fiscale, più che demografico, costituiva il fondamento giuridico del chorìon
(villaggio): la sua estensione variava da una zona all'altra della regione in
proporzione diretta alla natura del suolo, collina o pianura o terreno
boschivo o roccioso.
Era sufficiente che una
famiglia locale o immigrata bizantina dissodasse un terreno abbandonato o
incolto, richiamasse altri contadini non impegnati o almeno che risultassero
nullatenenti per il fisco, perché quella famiglia formasse la base del chorìon
e come tale rispondesse del nucleo collettivo dinanzi al fisco. Da allora in
poi l'imposta cadeva su quel gruppo che poteva ingrandirsi con l'aggiunta di
altre terre e di altri contadini sino a costituire un villaggio rurale
fortificato o non fortificato.
La secolare coabitazione tra
longobardi e bizantini nelle zone pugliesi e salentine non aveva creato problemi di
convivenza, salvo che nei periodi di ostilità. Ognuno di essi conservava le
proprie tradizioni e la propria cultura, benché non si possa prescindere da una
reciproca influenza di costumi e di mentalità.
Se l'analisi filologica delle
attuali lingue dialettali della zona ionica e salentina può avere una valenza
storica per il nostro caso, occorre dire che esse nella loro varietà lessicale
rappresentano un primo “documento” della certezza delle diverse etnie esistite
intorno al Mille in tutta la regione, con le loro impronte di cultura e di
lingua lasciate in maniera più o meno duratura.
Da tempo nell’Impero
bizantino era adottata una politica del trasferimento di varie genti
dall'Oriente all'Occidente: motivata sia da ragioni demografiche di zone largamente spopolate, sia
da esigenze di strategia militare di queste nostre terre di fronte alla
presenza dei longobardi o degli arabi e alle insidie drammatiche delle
piraterie.
L'insediamento dei funzionari
e delle loro famiglie pilotava in un certo senso la linea dello
spostamento dei gruppi orientali nelle regioni del Mezzogiorno; le quali, data
la loro scarsa densità demografica, erano tutte pressoché da rimettere in sesto
e da far fruttificare. Inoltre Otranto,
Brindisi, Taranto, Bari, nonostante le difficoltà delle navigazioni, rimanevano
pur sempre delle importanti stazioni marittime nell'alveo dei traffici internazionali
centro-orientali. E dunque continuavano
a considerarsi degli “approdi facili” per l'afflusso di monaci, di pellegrini,
di mercanti, nonché di gruppi etnici che volevano sfuggire alle persecuzioni
religiose o che miravano ad una vita più tranquilla rispetto alle loro terre di
origine.
Anche la venuta dei monaci
bizantini contribuì a pilotare il fenomeno. Gruppi sparsi di immigrati si
stanziarono anche a Gallipoli, a Nardò e lungo la fascia ionica. Certo è
difficile, data la scarsezza delle documentazioni dirette, precisare una mappa
della collocazione delle popolazioni in Terra d’Otranto senza poter fare
riferimento a tutta la Puglia dove la varietà delle presenze orientali appare
un po' più documentata. Fatto sta che la divisione della Terra d'Otranto in due
zone diverse deve essere accettata con il beneficio d'inventario. La prima era
il territorio del basso Salento intorno a Otranto dove l'elemento greco si
presentava più compatto e omogeneo: Otranto era una fortezza inespugnabile e
richiamava genti più lontane dalla propria zona amministrativa e
diocesana. La seconda era nella zona a
nord di Lecce e comprendeva le attuali province di Brindisi e di Taranto.
Nonostante la presenza di gente italogreca, le due città erano più soggette a
una varietà di popolazioni longobarde, arabe, ebraiche.
Le due Autorità Supreme (temporale e spirituale)
dell’Impero Romano d’Oriente si coniugavano nella persona del Basileo. In particolare la dinastia dei Macèdoni
(867-1056) impose questo processo di assimilazione e di Unicità del Potere,
nonché di diritto dinastico, durante la secolare fase di ellenizzazione
delle terre ionico-salentine, dove mirava a definire e ad assicurare la
perpetua permanenza del segno divino e politico della figura dell'Imperatore,
che era il luogotenente sulla terra del Creatore posto in Cielo. E come Questi
era la legge dell'universo creato e il Santo il suo delegato, altrettanto il
Basileo era la “legge incarnata”, cioè al di fuori della norma scritta, e il
funzionario la voce delegata. Entrambi
dunque erano la Legge. Quando l'imperatore parlava, era la Legge che
usciva dalla sua bocca; il funzionario la faceva solo applicare e la massa dei
sudditi era tenuta solo ad accettarla. Tutto l'ordine mentale era il risultato
di questo semplice archetipo del Divino trasferito nel civile, e la cieca
sudditanza vi era legata antropologicamente e ritualmente senza soluzione di
continuità.
Se perciò si era servi di Dio
Padre, per la stessa ragione si era servi ossequiosi del volere
dell’Imperatore, il dio della terra vivente, e per questo si era altresì servi
del funzionario civile e militare, suo rappresentante locale. Il punto pratico
di coesione di entrambi i casi era insieme religioso, iconico e gestuale.
Da un lato l'icona di Dio che con la mano manda il
gesto della benedizione, poteva simboleggiare il comando, l'investitura, la
maestà; dall'altro l'icona del Basìleo che fissava indistintamente i suoi
sudditi, significava l'immagine onnipresente di un dio terreno che dominava e
trionfava ovunque, nel centro come nella periferia dell'Impero. Perciò doveva
essere inculcato nelle plebi il concetto del potere divino rivolto alla persona
del basileo, in modo che venerando Dio, effigiato statuariamente nelle icone,
si venerava automaticamente il Padrone dell'Impero.
Da qui derivavano le tante immagini fisse e senza
ammissibili variazioni negli ipogèi o nelle chiese subdiali bizantine
di Terra d’Otranto nei secoli X-XII.
I Pantocràtor e la Dèesis, cioè il trittico
costituito dalle figure del Cristo, della Vergine e di San Giovanni Battista,
se pure possono rappresentare il Cuore della Famiglia Cristiana ortodossa,
decentrata in provincia, erano ancora visti dall'occhio sempre pavido del
plebeo come l'immagine identica della figura imperterrita e ipnotica
dell'Imperatore e della sua Famiglia.
Un
sistema così drasticamente e fissamente impostato non poteva non incidere
perfettamente nella cultura antropologica e associativa delle popolazioni
rurali dominate: coinvolgevano anzitutto la coscienza individuale, come un dato
incancellabile e invariabile, prima ancora delle istituzioni civili e religiose
ortodosse.
Tra la provincia salentina e Bisanzio si era
stabilito un legame di dipendenza preferenziale se non proprio
assoluta, e comunque molto più saldo rispetto al resto del territorio
pugliese, non escluse Brindisi e Taranto. Otranto era il baricentro
di un tale legante, che l'assimilava all'estremo lembo della
Calabria. Nel Salento si ripetevano
le funzioni rituali ortodosse diffuse dalla politica religiosa di Bisanzio
in tutto l'Impero: era un segno di unità e di compattezza, che rimase
pressoché intatto anche con il dominio dei normanni e degli svevi. Ma su
che cosa si basava questo principio?
A
che cosa fu dovuta tanta resistenza alle influenze cristiano-occidentali? Perché queste influenze non riuscivano ad
oltrepassare, almeno prima dell'XI secolo, i confini otrantini?
In sostanza fu la conseguenza del trauma delle
irruzioni saracene su tutta la Puglia. La fede cristiano-ortodossa di
Bisanzio ebbe modo di definirsi, di rafforzarsi nelle coscienze
dei fedeli di questi nostri luoghi di fronte alla fede cristiano-latina, che si
dimostrava debole.
I pericoli continui delle incursioni saracene nel
Mezzogiorno denunciavano agli occhi di Costantinopoli la scarsa
consistenza politica del Papato di Roma. Non solo sembrava vacillare
davanti alle piraterie ed agli eccidi dei saraceni, ma non opponeva neppure una
confortante resistenza alla politica iconoclastica degli Imperatori Isaurici,
al di là del rifiuto di accettarla. Insomma, il Meridione era in balia del più
forte che si cimentava nelle guerre antisaracene; ed in ultimo, benché
faticosamente, fu l’Imperatore d’Oriente ad avere mano vinta su questo
controverso lato occidentale del territorio imperiale. E fu ancora una tale persistente situazione
a convincere Costantinopoli a consolidare l'unità territoriale dei
possedimenti italiani, facendo perno su quei due punti di forza che si sono
detti: sul concetto di Unicità del Potere Sovrano e sull'espressione
religioso-rituale della fede ortodossa.
Così come aveva fatto nei Balcani e nell'Anatolia,
in Asia Minore, la capitale bizantina impose nelle province di Terra
d'Otranto e della Calabria centromeridionale l'esatta esecuzione della volontà
imperiale in materia di fede, che doveva essere unica e non comportare
alcuna “eresia”.
Perciò tutti i territori dell'Impero dovevano essere
assimilati al Patriarcato di Costantinopoli, il braccio destro del
Basileo nel sistema ecclesiastico orientale.
La Cristianità ortodossa differiva da quella cattolica
nei costumi, nella liturgia, nel calendario, nel diritto canonico. Alcune feste
si celebravano in giorni differenti. Certi Santi occidentali non erano
accettati in Oriente. Preghiere e formulari liturgici presentavano qualche
differenza. Nel periodo della Quaresima
la Chiesa Romana officiava la messa ogni giorno, quella Ortodossa solo il
sabato e la domenica. Il battesimo in
occidente si eseguiva, e si esegue, immergendo una sola volta il neonato nell'acqua
santa, in oriente si conservava l'usanza della triplice immersione. La cresima si impartiva, e lo si fa tuttora,
in età almeno adolescenziale presso i latini; invece subito dopo il battesimo
presso gli ortodossi; e così continuando.
Tuttavia, se questa linea era chiara sui princìpi
della divergenza di entrambi i poteri, non ebbe manifestazioni pratiche in
Terra d’Otranto, almeno fin tutto il periodo normanno: le consuetudini
locali prevalevano sull'obbedienza ai princìpi. Nella Puglia bizantina del
X-XI secolo la coabitazione con le genti romano-longobardiche sconsigliava
naturalmente di fare assumere atteggiamenti piuttosto estranei ai fedeli del
luogo. I quali preferivano abitudinariamente seguire la propria fede o nella
versione latina o nella versione ortodossa, attenendosi alle rispettive
autorità religiose locali. Nel basso
Salento, impregnato di cultura e di lingua ellenica, l'obbedienza ai
costumi e ai rituali liturgici orientali era pressoché totale o comunque non si
presentava incrinata da dubbi o da influenze esterne.
D'altronde, l'arte di questo
periodo a cavallo del Mille era frutto di manifestazione della sincera fede
ortodossa. I cittadini del Salento non esitarono a dimostrare il
loro credo greco non solo nelle icone parietali delle chiese
rupestri, e subdiali e ipogeiche; ma anche nella costruzione dei templi
greco-ortodossi del X o XI secolo, come la Chiesetta di San Pietro
nel cuore di Otranto, la Chiesetta di Castro pressoché distrutta
e la Chiesetta dei SS. Crisante e
Daria di Oria, che è forse più antica delle altre due. La
loro forma è appunto a croce greca e nella chiesa di Otranto la
cupoletta sormonta i quattro bracci uguali, in tutto simile alla “Cattolica”
di Stilo in Calabria, circa dello stesso periodo.
Nel Salento esistono altri
due antichi luoghi di culto dedicati allo stesso Santo della chiesa nei
pressi di Sannicola. La loro storia si inserisce in quel filone religioso che
vide protagonista, nell’alto medioevo, nelle terre della Magna Grecia, gente
semplice alla ricerca di luoghi solitari ove condurre una vita all’insegna
della preghiera. A tale movimento seguì quello dei monaci basiliani che si
insediarono nelle grotte delle foreste salentine per sfuggire alla persecuzione
iconoclasta. Il primo è la Cripta basiliana di San Mauro a Presicce,
mentre il secondo si trova ad Oria ed è pure esso una Cripta
basiliana dedicata a San Mauro. Questa è profonda sei metri sotto
l’attuale santuario di S. Antonio da Padova. Oggi la cripta è meta di
pellegrinaggi. L’interno è caratterizzato da una nuda compostezza interrotta,
solo sulla parete orientale, da una serie di immagini del X-XI secolo
che ne costituisce la decorazione pittorica. Alle spalle del piccolo altare si
riconosce San Mauro, in abiti abbaziali, con mitra, pastorale nella mano
destra e libro della regola nella sinistra; altri affreschi sono dedicati alla
Madonna col Bambino, a Cristo coronato di spine, alla Madonna del Melograno ed
a San Giuseppe.
Ma non solo sulle coste
ioniche di Terra d’Otranto vi sono testimonianze architettoniche relative a San
Mauro. Sulle coste dell’Alto Adriatico, a Parenzo d’Istria (nell’odierna
Croazia) esiste la Basilica Bizantina Eufrasiana del VI secolo (il primo
e più antico edificio cristiano in Istria ed attualmente inserito nel programma
di protezione e salvaguardia dell’UNESCO); al suo interno, sottostante l'altare
maggiore, si trovano le ossa di San Mauro, vescovo parentino, raccolte
in un’urna argentea donata dai cittadini nel 1934 allorché le spoglie del
santo furono restituite dai Genovesi dopo sei secoli.
Come per l'ordinamento
civile, le gerarchie diocesane di Terra d’Otranto dipendevano dal Patriarca di
Costantinopoli.
Passata la bufera dell'iconoclastia, che non ebbe
più seguito dall'843 per opera di Teodora, vedova del defunto Teofilo,
i basilei continuarono ad assumersi il compito di vigilare sull'applicazione
dei dogmi e degli ordinamenti della Chiesa ortodossa nelle province italiane.
Il solco della separazione dalla Chiesa di Roma era ormai reale benché non
formale. I Patriarchi dipendevano dagli imperatori, in qualità di garanti in
primo grado dell'ordinamento ecclesiastico orientale. Fu Niceforo Foca II
che volle dare un peso specifico alla funzione religiosa del primo della
gerarchia ecclesiastica. Il Patriarca era il capo dell'oikoumene
bizantino, cioè capo ecumenico a pieno titolo, a cui erano demandate le
nomine degli alti dignitari ortodossi nelle province diocesane. Non doveva
prescindere mai dal consenso del basileo, che in non pochi casi proponeva suoi
candidati. Un'eventuale opposizione era penalizzata o con le dimissioni
o con l'obbedienza formale del patriarca.
Agli inizi del X secolo esistevano in Calabria
due diocesi metropolitane dipendenti direttamente da
Costantinopoli: Reggio e Santa Severina, ai piedi del promontorio
della Sila, sul lato ionico. Otranto era un'Archidiocesi autocefala. I
costumi e le liturgie, il calendario e i riti erano rigorosamente conformi a
quelli bizantini. Le prime due sedi raggruppavano suffraganei sparsi nella
regione calabrese. La sede di Otranto non aveva suffraganei, almeno in
un primo tempo, e rimaneva unita al patriarcato di Costantinopoli con la
funzione di “avamposto della Chiesa greca nella Longobardia latina”.
Per un certo periodo, a
partire dall'880, anche le chiese di Taranto e di Brindisi diventarono
dipendenti dal Patriarcato, perché la riconquista macedone le aveva ricondotte
nell'orbita della chiesa bizantina.
La diocesi di Gallipoli risultava suffraganea
di Santa Severina, posta sull’altra sponda del golfo di Taranto. E lascia altrettanto perplessi il fatto che
nel secondo cinquantennio del X secolo fu aggiunta la dipendenza della Diocesi
di Castro, poco a sud di Otranto.
Invece, a cavallo del Mille, le diocesi di Oria-Brindisi e di Taranto
risultano occupate da prelati latini e perciò dipendenti dal papa.
Più volte Bisanzio tentò di imporre la nomina di un
vescovo greco a Taranto, per tentare di ellenizzare la popolazione, ma senza in
pratica riuscirvi.
In realtà una vera e propria
bizantinizzazione delle attuali province di Taranto e di Brindisi non si concretizzò
mai, e la dipendenza diocesana da Costantinopoli era piuttosto formale, dato
che qui i due riti, quello greco e quello latino, erano seguiti in maniera
paritaria o più a vantaggio del secondo.
Nel 968 il Patriarca otteneva
il consenso di dare all'Arcivescovo di Otranto, sino ad allora rimasto
autocefalo, l’autorizzazione di consacrare cinque nuovi diocesi
greche e i loro titolari: Matera e Tricarico, in Lucania,
e Acerenza, Gravina e Tursi, in Puglia.
Se l'obiettivo principale
della politica ecclesiastica normanna fu la sostituzione, nelle aree a
più forte influenza bizantina, dei vescovi greci con vescovi latini, non sembra
più possibile, invece, pensare ad un progetto che avesse di mira la
latinizzazione delle fondazioni monastiche italo-greche.
Non c'è alcun dubbio,
infatti, che i Normanni, pur avendo dato un notevole impulso alla
diffusione del monachesimo benedettino, si siano trovati di fronte, soprattutto
in Calabria e nel Salento, ad un consistente numero di monasteri
italo-greci, verso i quali non si dimostrarono assolutamente ostili:
basti pensare, ad esempio, che le recenti e puntuali indagini condotte sulla
situazione monastica dell'Italia meridionale nel periodo successivo all'avvento
normanno, hanno sufficientemente dimostrato come le strutture istituzionali ed
economiche dei monasteri greci furono, salvo alcune eccezioni, lasciate
praticamente intatte; o basti ricordare che proprio tra XI e XII secolo venne
promossa la fondazione o la restaurazione di alcuni importanti insediamenti monastici
italo-greci come quelli dei Santi Elia e Anastasio di Carbone, di
S. Giovanni Theristis di Bivongi (RC), di S. Maria del Patir di Rossano,
di S. Salvatore di Messina, di S. Nicola di Casole, presso
Otranto, e di S. Vito del Pizzo, presso Taranto. È ormai
opinione comune considerare l'intervento dei Normanni sulle strutture
monastiche greche del Mezzogiorno d’Italia come del tutto privo di un disegno
preciso, ma tuttavia ispirato ai principi della tolleranza religiosa, in
quanto rivolto a ricercare per ogni monastero pervenuto in loro possesso, greco
o latino che fosse, la soluzione più adeguata alla sua sopravvivenza, valutando
caso per caso la particolare e contingente situazione di ciascuno di essi.
Ben si comprende, comunque,
che tanto i provvedimenti in favore dei monasteri greci ancora autosufficienti
quanto la cessione di quelli completamente in rovina o abbandonati perché
fossero rivitalizzati sul piano economico e restituiti alle loro funzioni, per
non parlare poi della fondazione di nuovi monasteri greci, non
vadano attribuiti solo ad un atteggiamento tollerante in campo religioso, ma
anche al calcolo politico, tipica costante dell'azione normanna: è
quanto meno probabile che in una cruda logica di potere i prìncipi normanni abbiano
protetto e favorito il monachesimo italo-greco per attrarlo nella loro
orbita politica e per strumentalizzarlo, al pari di quello latino, per l'opera
di generale pacificazione del ducato prima, del regno poi, e per il
conseguimento di quei consensi sociali che la brutalità della conquista aveva
in più casi loro alienato.
In generale, l’azione
normanna in campo monastico evidenzia prevalentemente, piuttosto che
un'indiscriminata cessione di monasteri greci a vantaggio di fondazioni
latine, un orientamento volto ad “assegnare i monasteri poveri e piccoli a
monasteri ricchi e potenti” indipendentemente dall'ordine al quale
appartenevano, ma in pratica si possono ugualmente individuare almeno
due tendenze fondamentali: la devoluzione ai grandi monasteri benedettini o
greci tanto di monasteri latini in stato di abbandono o in rovina, quanto di
monasteri italo-greci abbandonati, privati o imperiali; e la costituzione di
congregazioni di monasteri mediante la concentrazione nelle mani di alcuni
grandi centri monastici italo-greci di numerose fondazioni monastiche
italo-greche minori insistenti sul territorio dell'abbazia madre e, in molti
casi, abbandonate dai monaci.
Per quanto riguarda l'area
salentina durante l'età normanna, l'esigua documentazione esistente proverebbe
solo la prima tendenza, e cioè quella volta a devolvere i piccoli monasteri
latini e italo-greci, urbani, rurali e rupestri, a monasteri benedettini – e
solo a questi – ubicati sia nel Salento sia fuori dell'area geopolitica
pugliese.
Gli esiti
dell'intervento normanno sulle istituzioni monastiche italogreche nelle due
grandi aree geopolitiche pugliesi furono senz'altro diversi: nella Puglia
latina, la scomparsa dei monasteri greci o la loro concessione ai monasteri
benedettini è più evidente che non nella Puglia greca, il Salento, dove invece
le comunità italogreche, a parte gli sporadici casi di devoluzione che ci sono
documentati, continuarono la propria esistenza anche dopo l'avvento dei
Normanni e, pur essendo entrati a far parte dell'orbita di Roma, non subirono
altre tangibili conseguenze, se non quella di una lenta, ma costante,
interruzione dei rapporti con i monasteri greci orientali, che portò
all'isolamento dei monasteri bizantini in Italia dai centri più vivi della
cultura orientale.
L’appartenenza di un monastero all'Ordo S.
Basilii, era l’espressione che venne utilizzata dalla cancelleria
pontificia fin dai primi anni del pontificato di Innocenzo III,
per designare i monasteri greci dell'Italia meridionale.
Sulla base delle fonti
disponibili e, quindi, senza tener conto dei pochi e incompleti elenchi a
stampa, è possibile ricostruire il quadro della situazione insediativa
monastica italo-greca.
(tra parentesi l’anno cui risale la prima citazione documentale)
1)
S. Nicola di Oria (1062)
2) S. Maria di Gallano (1062)
3) S. Pietro de Episcopio
(1062)
4) S. Gregorio di Oria (1062)
5) S. Vesanato di Oria (1062)
6) S. Maria Ferorelle –
Brindisi (1183)
7)
S. Nicola di Malignano – Mesagne (1349)
8) S. Maria de Cruce – S. Pancrazio
Salentino
9)
S. Biagio di S. Vito dei Normanni (1196)
10)
S. Maria di Cerrate (1133)
11)
S. Giorgio di Surbo (1133)
12)
S. Niceta di Melendugno
13)
S. Mauro – Sannicola (1149)
14) S. Salvatore – Sannicola (1310)
15)
S. Stefano de Pygi – Gallipoli (1195)
16)
S. Tirso di Gallipoli (1325)
17) S. Maria de Libero – Gallipoli (1325)
18)
S. Pietro di Samari – Gallipoli (1148)
19)
S. Nicola di Càsole – Otranto (1098)
20)
S. Maria de Lomito – Tricase
21)
S. Leucio di Nardò (1081)
22)
S. Procopio di Nardò (1104)
23)
S. Maria de Balneo
24)
S. Nicola di Pergoleto – Galatone (1149)
25) S. Angelo de Salute – Galatone (1310)
26)
Madonna Odegitria (1150)
27) S. Giovanni di Collemento (1310)
28)
S. Anastasia di Matino (1099)
29)
S. Maria de Cibo – Melissano (1120)
30)
S. Nicola Scundi – Nardò (1373)
31)
S. Stefano de Curano – Nardò (1373)
32)
S. Maria dell’Alto – Nardò (1310)
33)
S. Elia – Nardò (1373)
34)
S. Maria de Cesario – Porto Cesareo (1373)
35) S. Nicola de Gallico – Nardò (1373)
Senza dubbio si deve
all'impulso dei Normanni la fondazione di numerosi cenobi o anche, in
alcuni casi, la restaurazione di altri fatiscenti o antichi. L’impegno dei signori
del nord in questo settore, lungo il secolo e mezzo del loro dominio, si
presentava più incisivo in Terra d’Otranto ed in Puglia che altrove. In loro
c’era il proposito di riportare nell’alveo del monachesimo occidentale il credo
ortodosso del cenobitismo salentino.
Se si dovesse tenere conto
del numero delle chiese e dei chiostri, oltre a quelli menzionati in occasione
delle devoluzioni, ci sarebbe da stendere un lungo elenco.
Oggi molte sono
scomparse e sono registrate solo sui documenti dell'epoca, altre sono tuttora
in piedi nel solo disegno architettonico più o meno conservato; in qualche
caso le chiese sono persino inglobate in complessi masserizi successivi
(vedi S. Salvatore presso Sannicola e S. Pietro di Samari presso Gallipoli) e
nelle epoche passate erano adibite non di rado a granai o a deposito di
materiali agricoli. Di alcune di esse
si sono potute ricostruire le singole storie sulla base delle relative
documentazioni; ma non di tutte si hanno notizie certe al di là di qualche
riferimento diretto o indiretto delle fonti.
Nel feudo di Sannicola
esistono due chiese superstiti di altrettanti conventi bizantini, risalenti
pressappoco all’XI secolo, che fu il periodo di più intense fondazioni. Sono la
chiesetta di San Mauro, su un costone roccioso nei pressi di Lido
Conchiglie, e quella di San Salvatore, inglobata in un’omonima
masseria. Anche queste, come per
consuetudine, furono dotate di beni terrieri, ceduti spesso, oltre che dal
dòmino del luogo (per San Mauro era un tal Salomone di Aradeo), da cittadini
privati. Il che era segno dei buoni rapporti con le popolazioni locali. La loro
fortuna spirituale e materiale spesso dipendeva da queste strette relazioni: i monasteri
di campagna erano i punti di riferimento della vita religiosa delle plebi
rurali, così come le sorgende cattedrali lo stavano diventando per i
cittadini. Era un dualismo che andava
di pari passo: entrambe le chiese erano luoghi di riunione assembleare dei
fedeli che assistevano ai riti nelle domeniche e nelle feste comandate. In
fondo, in età normanna, la campagna e la città non si qualificavano ancora
nella netta distinzione che arriverà in un secondo tempo.
Un’altra chiesa italo-greca
ancora esistente poco a sud di Gallipoli è quella di San Pietro di Samari,
nella contrada omonima; ed anch'essa presenta una storia delle donazioni a metà
del XII secolo non diversa dalle precedenti.
Esemplare la storia
della chiesa di Santa Maria di Nardò, di origine bizantina e risalente
alla fine dell'XI secolo. Su richiesta del suo dominus, il conte
Goffredo di Nardò e di Conversano, il papa Urbano II le accordò una
comunità di monaci benedettini: così convivevano con altri preesistenti
canonici che insieme costituivano “una doppia comunità monastica
e canonica”. Di origine italogreca era pure il Cenobio di San Vito
del Pizzo presso Taranto, passato successivamente alla gestione
benedettina.
Delle fondazioni bizantine
sia il Monastero di Càsole, a sud di Otranto, sia il Monastero di
Cerrate, a nord di Lecce, costituiscono due esempi di esistenze storiche
diverse fra le tante situazioni monacali salentine. A questo ha contribuito la storia di entrambe con uno strano
scherzo della sorte. Ha difatti distrutto il primo, ma di esso ha conservato
ricordi e documenti sufficienti per una ricostruzione dei suoi primi secoli di
vita. Ha invece mantenuto in piedi il secondo, almeno nell'impianto abbaziale
come la Chiesa d’Aurio nei pressi di Surbo, di pochi chilometri
distante, ma ha cancellato ogni traccia documentale; per cui del convento di
Cerrate si sa poco o niente.
Abbiamo dunque una buona
conoscenza riguardo alla vita e ai beni terrieri dell'illustre monastero
otrantino. Antonio De Ferrariis, per esempio, conferma la sua esistenza
attiva prima del ciclone distruttivo turco: “cenobium est, scrive nel «De
Situ Japygiae», Divo Nicolao dicatus, mille et quingentis passibus ab
Hidrunto distans. Hic monacorum Magni Basilii turba convivebat”.
Corrispondenze Tra VERNACOLO romanzo e grecoSALENTINO
La presenza dei
calogeri e dei preti greci a Sannicola ed in molte altre località fra Gallipoli
e Otranto fino al XVI-XVII secolo deve essere inquadrata nel contesto di una
realtà che vede l'elemento greco decisamente radicato nel tessuto
socio-culturale di quest'area.
Se è stata sempre oggetto di diatribe
l'ipotesi della possibile presenza di comunità di lingua greca nel Salento
prima del Medio Evo, non altrettanti dubbi vi sono sul fatto che dal IX-X al
XV-XVI secolo il greco fosse parlato, almeno in forma di bilinguismo, in buona
parte della penisola salentina e soprattutto lungo la via ad arco che da
Gallipoli passa per Galatone, Galatina, l'attuale Grecìa Salentina fino ad
Otranto.
Almeno in questo, infatti, i grandi studiosi che
hanno tentato di far luce sulla storia linguistica salentina, dal Morosi
al Rohlfs, al Parlangèli si sono trovati sostanzialmente
d'accordo.
Né vi sono dubbi sul fatto che la presenza di
comunità di lingua e cultura greca e la persistenza del rito liturgico greco
nel Salento fino ad epoche relativamente recenti (XVIII secolo) debbano essere
visti come fenomeni intimamente legati che sostenendosi vicendevolmente hanno
impedito a lungo per quanto possibile l'assimilazione completa nell'area
culturale latina.
Ma cosa rimane al giorno d’oggi di questo passato
ellenofono?
Di certo resiste ancora il dialetto griko nei
nove paesi della Grecìa Salentina, seppure in una fase di notevole regresso
che potrebbe essere evitato solo attraverso una nuova stagione di interesse e
riscoperta da parte dei giovani delle “chore” grecaniche e magari delle
aree circostanti la Grecìa, che pure sono di passato ellenofono, come Sannicola.
Purtroppo nonostante le recenti svolte politiche non
sembra si possa dire che le giovani generazioni dimostrino una grande volontà
di conservare quello che è un vero patrimonio culturale del Salento e di
tutto il meridione d'Italia; e così come gli affreschi sbiaditi e deturpati
della chiesa di San Mauro, anche questa componente dell'identità
culturale salentina, diventata forse scomoda negli ultimi secoli, corre il
rischio di soccombere.
Ma pure dove da più tempo il greco ha lasciato il
passo al dialetto romanzo, come a Sannicola, Galàtone o Gallipoli, possiamo
riscontrare moltissime tracce della lingua ellenica.
Chi vive in questi paesi spesso trova difficile o impossibile
pensare che i propri avi parlassero greco, tanto sente lontana e “straniera”
questa lingua rispetto al proprio dialetto. Ma se andiamo a confrontare le
parlate salentine con il greco troviamo una quantità di similitudini
notevolissima, non solo nel lessico ma anche nella sintassi e nell'intercalare.
Per
quanto riguarda la sintassi della frase e del periodo, merita senz’altro una
sottolineatura l’uso nel Salento di far seguire ai verbi modali la costruzione
“cu” + congiuntivo, evidente reminiscenza del “na” + congiuntivo usato in greco
e in griko, vediamo un esempio:
|
Italiano |
Vuole dire |
|
Lingua romanza salentina |
Ole cu dica |
|
Lingua greca salentina |
Teli na pi |
|
Greco moderno |
Θέλει
να πει (theli na pi) "vuole <che> dica" |
La stessa costruzione è utilizzata, come in greco,
per rendere la proposizione subordinata finale (es. “[v]inni cu ti [v]esciu”
“sono venuto per vederti”).
Altri
aspetti della costruzione della frase in comune fra greco e romanzo salentino
sono meno appariscenti, anche perché condivisi da altre aree dell’Italia
meridionale in cui la cultura greca è sempre stata radicata, ma vengono facilmente notati da chi proviene
dalle regioni centro-settentrionali. Ad esempio i salentini, come i greci
moderni ma anche i siciliani e i calabresi tendono a collocare il verbo in
ultima posizione nella proposizione affermativa (in particolare il verbo
essere), un fenomeno che trae le sue radici dal greco antico ma anche dal latino:
|
Italiano (soprattutto nei dialetti
centro-settentrionali) |
Toh, è il dottore! |
Lingua romanza salentina
|
Na, lu tuttore è(te)! |
Lingua greca salentina
|
Na, o messere ène! |
Greco moderno
|
Να,
ο γιατρός
είναι! (na, o yatròs ine) “toh,
il dottore è!” |
In questo caso si può notare come il classico
salentino “na!” sia in realtà comune anche nell’intercalare greco.
Non si può inoltre evitare di accennare all'uso che
i salentini (nonché i calabresi e i siciliani) fanno del passato remoto,
impiegato anche per indicare azioni compiute in un passato recentissimo,
analogamente a quanto avviene in Grecia per l'aoristo:
Italiano
|
Oggi è andato al mare |
Lingua romanza salentina
|
Osce sciu a mmare |
Lingua greca salentina
|
Sìmmeri pìrte sti ttàlassa |
Greco moderno
|
Σήμερα
πήγε στη
θάλασσα (sìmera piye sti thàlassa) “oggi andò al
mare” |
Queste considerazioni ci fanno capire come non sia
proprio lontana dalla realtà l’affermazione che i salentini pensano e
costruiscono le loro frasi in vernacolo romanzo in modo molto simile a come i
greci pensano e costruiscono le loro, pur usando parole diverse, almeno in
apparenza.
Il perché di quest'ultima
precisazione risulterà più chiaro nella seguente serie di esempi di
comparazioni fra termini salentini, romanzi e grecanici, e analoghi termini
greci.
|
Dialetto
romanzo |
Griko |
Greco
moderno |
Italiano |
|
Addhu (la
versione più "latina" è àuru, àutru) |
Addho |
Άλλος
(àllos) |
Altro |
|
Calièddha/calièddhu |
Calèddha/calùddhi |
Kαλή,
kαλός, (kalì, kalòs) |
Carina/carino |
|
Càmpia |
Càmpia |
Κάμπια
(kàmbia) |
Bruco |
|
Canisciare |
Cannìzzo |
Καπνίζω
(kapnìzo) |
Affumicare |
|
Caùru |
Caùri |
Κάβουρας
(kàvuras) |
Granchio |
|
Cilona |
Helòna, celòna |
Χελώνα
(helòna) |
Tartaruga |
|
Fiddhòi |
Fiddhò,
vìddhima |
Φελλός
(fellòs) Βούλωμα
(vùloma) |
Tappo |
|
Pàpa
(seguito dal nome) |
Pàpa (seguito dal nome) |
Παπάς
(papàs) (seguito dal nome) |
Don…
(seguito dal nome, indica un prete) |
|
Manaspòriu, paraspòriu |
Paraspòrio |
Παρά
+ σπόριον (parà + spòrion) |
Lavoro
straordinario |
|
Parasàula,
parasàura |
Parasàura |
Σαύρα
(sàvra, lucertola) |
Pesce
velenoso |
|
Scèrsu |
Hèrso |
Χέρσος
(hèrsos, incolto) |
Incolto
(di campo) |
|
Sita/ Seta |
Rudi |
Ρόδι
(ròdi) In antico Dorico: σίδα
(sìda) |
Melagrana |
|
Vastàsi / Uastasi |
Vastàsi |
Βαστώ
(vastò, portare: vastasi(s) = facchino) |
Vagabondo,
scostumato |
Si tratta di un piccolo
campionario, non certo esaustivo, di termini salentini di origine greca. È
evidente come in molti casi ci sia una maggiore corrispondenza fra il termine
del dialetto romanzo e quello del griko, rispetto al greco moderno, aspetto che
mostra come i dialetti salentini, romanzo e greco, siano il risultato finale
dell'evoluzione dello stesso substrato linguistico-culturale, con la differenza
che nel griko l’impianto greco è rimasto dominante.
Così mentre nei dialetti
romanzi parole greche sono state adattate per costruire forme verbali, nomi,
aggettivi con le regole della lingua neolatina (es. “fiddhisciare” = “affettare”, dal
greco φύλλον, foglio oppure “osimare” = “annusare”, dal greco οσμός, odore); parallelamente, in griko parole latine sono
state adattate alle regole di coniugazione e declinazione greche (es. “pensèo”
da “pensare”).
Tuttavia in alcuni casi
possiamo notare importanti differenze, ad esempio la melagrana è chiamata nel
dialetto romanzo “sita” o
“seta”, un termine che sembra legato più al greco antico “sida” che non
al moderno “rodi”
(ρόδι), a cui invece si avvicina il
griko “rudi”.
Volendo accettare la
tesi di un’evoluzione pressoché continua del greco salentino da una forma
classica al greco bizantino e tardo-medievale, potremmo azzardare l’ipotesi che certe forme arcaiche come“sita” rappresentino
dei fossili linguistici, termini cioè che non sono stati sostituiti dalla forma più moderna
perché usati in aree in cui la lingua greca è caduta in disuso precocemente.
È chiaro, quindi, che
ricercare le radici elleniche della Terra d'Otranto solo nelle ondate di
immigrazione dalla Grecia e dall'Anatolia può condurre ad ottenere un’immagine
della realtà storica ben lontana dal vero.
Tranne poche eccezioni in
lingua latina – tarde o legate a fenomeni particolari – la lingua usata,
nel periodo preso in esame, per le iscrizioni esegetico-votive salentine o per
citazioni dai testi sacri è il greco. I pochi nomi di committenti a noi
noti sono rintracciabili nelle iscrizioni votive ancora leggibili, espresse
quasi sempre nella formula “Mνήσθητι
Κύριε του
δούλου σου”.
A Carpignano nel 6467
‘ab origine mundi’ (il 6467 corrisponde all'anno 959 d.C. – la datazione usata
è quella bizantina, detta anche costantinopolitana o greca) il presbitero Leone
con la moglie Crisolea commissionano al pittore Teofilatto un Cristo
in Trono, al centro di un’Annunciazione; alcuni anni dopo, nel 6509
(cioè il 1000), nella stessa cripta venivano eseguite due altre iscrizioni
votive per ricordare un presbitero, il cui nome è sconosciuto, che offre alcune
icone dipinte da un pittore Costantino. Un’altra iscrizione votiva,
ormai quasi del tutto scomparsa, sembra portasse la data dell'810 (vedi
L. CAPONE, «La cripta di Santa Cristina in Carpignano Salentino», Lecce,
1977).
Nel 6528 (che corrisponde al
1020) il protopapa Elia Musopolo, insieme a sua moglie e ai suoi figli,
restaura e abbellisce sempre questa cripta, affidandone il compito al pittore Eustazio,
il quale dipinge un Cristo in Trono. Da queste iscrizioni di Carpignano
possiamo, dunque, rilevare come la committenza sia soprattutto ecclesiastica e
di tipo devozionale, con il ricorso a pittori professionisti
appositamente interpellati e probabilmente in rapporto con la città di
Otranto dove è documentabile una tradizione pittorica di sicura
ispirazione bizantina fin dal X secolo. Nella cripta di “San Sebastiano”
a Sternatia nel 6623 (corrispondente al 1115) una tale Irene,
raccomandandosi al Signore, dona un affresco di S. Sebastiano. Nello stesso secolo, a Poggiardo,
Leone e sua moglie Anna offrono un dittico con una Odegitria e S.
Nicola. Un'iscrizione di tipo
funerario, datata al 6654 (corrispondente al 1146) è presente, anche se
purtroppo ormai mutila, a Carpignano, in un arcosolio; nel centro
dell'iscrizione è raffigurata una minuscola S. Cristina. Sempre al XII secolo sono riferibili i resti
di un’iscrizione, ormai non più leggibile, in “S. Angelo” a Otranto nei
pressi di un Arcangelo, da cui risultava che il nome del committente era
Basilio. A Miggiano, nella
cripta di “S. Marina”, del XIII secolo, sono ricordati vicino ad un Arcangelo
Michele i tre committenti, che vengono raffigurati in piccole dimensioni
con il loro nome: ΛEY MAKY, ΠOKI NIΓIO e NIKOΛA MONAKY. A Uggiano La Chiesa, nella cripta
di “S. Solomo” sono i resti di una iscrizione di cui rimane leggibile
solo la data 6874 (equivalente al 1366).
A Vaste, nella cripta dei “SS. Stefani”, Antonio con la
moglie Maria Dulezea con le loro figlie Maria e Caterina sono i donatori
dell'affresco della Vergine con Giovanni Evangelista posto
sull'abside centrale e dipinto da un pittore purtroppo sconosciuto, nell'anno
6884 (corrispondente al 1376). L'intera
famiglia è rappresentata nelle solite dimensioni ridotte, in basso a destra.
Dobbiamo notare che tutto l’affresco è palinsesto e rotture dell’intonaco evidenziano
tracce di un’iscrizione votiva sottostante.
Nella
stessa cripta sono presenti altre numerose iscrizioni votive non sempre redatte
nella forma tradizionale. Ai piedi di
una Vergine in trono con Figlio, la figura di Giorgio figlio di Lorenzo, oblato
dei SS. Stefani, si raccomanda non al Signore – “Κύριε
” – ma alla Madre di Dio – “Μνήσθητι Мήτηρ Θεού”; un Martino si
raccomanda al Vescovo omonimo “Μνήσθητι
… άγιε” – facendosi rappresentare ai suoi piedi; ancora
uno Stefano si raccomanda a un Sant'Antonio Abate e una Donata è
presente ai piedi di due affreschi di S. Caterina. Altre iscrizioni sono inserite nei riquadri
degli affreschi di un S. Antonio Abate e di un S. Eligio, ma purtroppo i
nomi dei donatori sono scomparsi.
A Sternatia, nella
cripta di “S. Sebastiano” vi sono tre iscrizioni in greco di cui una
ricorda un protopapa Pasquale e due sono datate al 7081 (corrispondente al
1509) ma non sono riconoscibili i nomi dei donatori, mentre vent’anni dopo
nello stesso luogo un devoto si fa rappresentare ai piedi di un Santo
sconosciuto con la formula latina “Memento famulo tuo do phoeregrino Ricardo
de Sternatia. MDXXX”. Altra iscrizione latina è nella cripta di “San
Nicola” a Borgagne presso l'affresco dei S.S. Cosma e Damiano, ma
è illeggibile. Ancora un’iscrizione in
greco datata 7090 (vale a dire il 1582) è presso una delle Sante Cristine a Carpignano;
il donatore è un certo Aprile.
Per concludere questa
piccola presentazione delle peculiarità linguistiche del Salento e di Sannicola, occorre sottolineare un aspetto a cui forse non sempre viene attribuita
l'attenzione e l'importanza che merita: il rapporto fra la lingua salentina e
quelle di Sicilia e Calabria, regioni con le quali il Salento
costituisce un’area linguistica piuttosto omogenea, ben distinta da quella di cui fanno
parte i dialetti campani, lucani e della Terra di Bari; quasi tutti i termini
di origine greca presentati si ritrovano nei dialetti delle regioni che un
tempo costituivano la Magna Grecia, spesso pronunciati in maniera identica al
salentino, inoltre, come si è visto, le riflessioni fatte per la sintassi valgono
perfettamente per tutte le parlate delle regioni estreme meridionali.
Durante l'apogeo dell'Impero Romano, Gallipoli
raggiunse ricchezza e notevole floridezza per la lunga pace goduta, che però fu
turbata dalle invasioni barbariche. Legata all’Impero Romano d'Oriente
dopo la deposizione di Romolo Augustolo (476 d.C.), pur nella desolazione
generale della regione salentina, riuscì a sopravvivere grazie all’attività
portuale legata al commercio dei prodotti agricoli locali.
Sotto il dominio bizantino, Gallipoli assunse una
certa importanza a causa della sua posizione strategica, che favoriva la già
citata attività commerciale, ma anche perché già a partire dal VI sec. era
stata elevata a sede vescovile. Stando alla testimonianza delle lettere di Papa Gregorio Magno ai vescovi della
Puglia, il vescovo di Gallipoli doveva amministrare una parte cospicua
del patrimonio della Chiesa di Roma nel basso Salento. Essa comprendeva tutte le località che poi
le furono sottratte in favore dell'abbazia benedettina di Nardò, quando
quest’ultima divenne sede episcopale. Anche Casarano rientrava nella
diocesi gallipolina, come dimostra un’iscrizione di S. Maria della Croce a
Casaranello, nella quale si dice che la chiesa venne consacrata dal vescovo
di Gallipoli (di cui però non è possibile leggere il nome) probabilmente nel
corso del secolo XI.
Durante l'espansione araba nel Mediterraneo,
anche la Puglia fu più volte attaccata dai Saraceni e dagli Ungari. A causa
delle frequenti incursioni di questi popoli sulle nostre coste (in verità non
sempre efficacemente contrastate dal Bizantini) la popolazione salentina fu
quasi decimata: gli abitanti di molti centri urbani furono deportati e
venduti come schiavi e molte aree del Salento rimasero spopolate, tanto che gli
imperatori d'Oriente decisero di realizzare una politica di popolamento della
Puglia. Stando alla notizia riportata da Giovanni Skylitzes, Basilio I fece
ricostruire la città di Gallipoli popolandola con abitanti di Eraclea del
Ponto.
Durante il dominio bizantino, Gallipoli si
grecizzò anche nella liturgia, e mantenne, come d'altronde tutta la Terra
d'Otranto (costituita dalle città di Otranto, Brindisi, Taranto, oltre alla
stessa Gallipoli e dalla piana salentina), dipendenza politica da Costantinopoli
fino all'arrivo dei Normanni.
Si è già accennato al fatto
che, dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, si assistette ad
un’inevitabile decadenza della regione salentina a causa delle continue guerre
a seguito delle invasioni barbariche. Tuttavia, in questo quadro negativo si
segnalava la presenza di una certa attività e vitalità dei vescovi greci. Essi
erano spesso le uniche autorità cui le popolazioni potessero fare riferimento
per soddisfare bisogni materiali e spirituali. E frequentemente pagavano col
martirio la disponibilità e l’attività svolta a favore dei più deboli.
Il Salento, d'altronde, vantava antiche
organizzazioni diocesane: infatti, per la sua posizione geografica e per i contatti
diretti con le coste dell’Asia Minore, ospitò tra le prime comunità ebraiche
che diffondevano la nuova religione cristiana. E nel corso del tempo
molto significative si rivelarono anche le migrazioni di monaci
greci, che arrivarono nel Salento principalmente per sfuggire a
persecuzioni religiose e per rafforzare nell'Italia meridionale la lingua e la
cultura greca. Essi furono accolti
senza riserve dalle popolazioni locali e dalla Chiesa di Roma ed influenzarono
fortemente i rapporti sociali ed umani dei centri che li ospitavano. In
particolare, impressero un impulso notevole al lavoro rurale, modificando in
modo significativo il paesaggio salentino.
Anche nei dintorni di Sannicola si
stabilirono dei monaci che seguivano le antiche tradizioni monastiche
ortodosse codificate, fra gli altri, da San Basilio il Grande (come
viene testimoniato da documenti risalenti al XII sec.), i quali avevano la loro
sede nel cenobio di S. Maria delle Servine, che sorgeva al posto
dell'attuale chiesa del Rosario a Gallipoli. I religiosi curavano anche
la chiesa di S. Mauro, un tempo affidata a preti secolari. Essi godevano
di notevole prestigio al punto che ci furono diversi vescovi di quell’ordine
nella diocesi gallipolina. Ciò dimostra inoltre lo stretto legame, non solo politico,
ma anche religioso e culturale, che legava Sannicola al mondo greco.
Ne è testimonianza anche una lettera (sec. XII) inviata dal patriarca di
Costantinopoli, Michele III d'Anchialao al vescovo di Gallipoli, Paolo,
nella quale, in risposta alle richieste espresse da quest’ultimo, il patriarca
dà precise informazioni sulla preparazione del pane e del vino eucaristico (proscomidia).
Dopo la conquista normanna nel Salento, i vescovi
greci vennero sostituiti con vescovi latini, ma nel 1172 a Gallipoli tornò
un vescovo greco, Teodosio, probabilmente per la pressione del clero e
degli abitanti del circondario, quasi tutti ellenofoni. La storia di questo vescovo è emblematica
per noi perché ci fa comprendere come nel giro di pochi anni la gerarchia
ecclesiastica latina si sostituì a quella greca nel Salento. Infatti, durante
il suo episcopato, Teodosio dovette cedere parte della diocesi all'abate
latino Pagano dell'abbazia di S. Maria di Nardò. Proprio durante il periodo in cui i Greci di
Gallipoli riprendevano possesso della loro diocesi, si realizzò in modo
lampante tale spoliazione: è evidente che si voleva ridurre il potere dei
titolari e limitare le fonti degli introiti. A Nardò, un tempo sede di
un’attiva comunità di basiliani, si erano stabiliti, infatti, i monaci
benedettini, i cui abati avevano svolto la funzione di vescovi spesso in
contrasto con quelli gallipolitani.
Nel periodo svevo, i gallipolini si
schierarono con Federico II e ne appoggiarono la politica ostile a Roma.
Con la venuta di Carlo d'Angiò e la fine del periodo svevo cominciò per
Gallipoli un periodo difficile: Lucera e la città salentina erano ancora in
mano ai partigiani degli Svevi, e Carlo d'Angiò era ben deciso ad abbattere una
volta per tutte ogni resistenza dei nemici. Fu così che cominciò l’assedio di
Gallipoli nell’autunno del 1268, dopo la vittoria di Tagliacozzo. Entro
il maggio dell’anno successivo essa fu rasa al suolo e i suoi abitanti furono
costretti all’esilio.
In particolar modo la deportazione colpì gli
esponenti del clero greco, quasi tutti partigiani degli Svevi. I vescovi,
cacciati dalla città, utilizzarono come cattedrale la chiesa della Lizza
di Alezio, cui diedero nome di S. Agata. Negli anni successivi ci
furono pure diversi tentativi da parte della nobiltà locale per imporre dei
vescovi latini a Gallipoli, ma alla fine il monaco greco Melezio venne
confermato alla guida della diocesi gallipolitana da papa
Giovanni XXIII il 30 ottobre 1329. Intanto la Sede Episcopale era stata
stabilita nella chiesa di S. Mauro, come si ricava dalle Rationes
Decimarum alla data 16 aprile 1325.
Osserva Jacob che la notizia non può essere interpretata se non nel
senso che la chiesa di San Mauro, la più importante della diocesi,
fungesse allora da cattedrale o che i funzionari pontifici l'avessero
considerata tale, perché lì risiedeva il vescovo.
L'abbazia basiliana di San Mauro godeva d’un certo prestigio,
da quando i monaci vi avevano ammesso degli stabili trasformandola in una grancia.
La sua ricchezza era inoltre accresciuta dalle cospicue donazioni da parte di
privati, per cui il territorio si estendeva per circa due miglia e comprendeva
bosco e pascolo. Inoltre, da questi monaci dipendevano anche le grance di San
Salvatore (Sannicola), S. Maria de Civo (Taviano), Sant’Anastasia
(Matino), S. Maria dell'Alizza (Alezio), S. Basilio (già S.
Maria delle Servine in Gallipoli). Le grance, specie di masserie,
costituivano dei veri e propri centri abitati.
L'esilio dei vescovi gallipolini durò circa un
secolo e si può supporre che esso terminò quando i vescovi latini sostituirono
quelli greci. Documento di ciò fu
l'elezione del nuovo egumeno (abate) di S. Mauro da parte del vescovo
Domenico (di chiara origine latina) nel 1374. Nonostante la latinizzazione
del clero, il rito bizantino sopravvisse a Gallipoli e l'ultima funzione
venne celebrata nella cattedrale il 10 gennaio 1513, per i funerali della
madre di Francesco Camaldari.
IL CICLO AGIOGRAFICO
Discreta e
silenziosa, la chiesa di San Mauro si eleva su quello sperone roccioso che
scende a picco sul mare, denominato Serra dell’Altolido (Il toponimo non
è altro che la deformazione volgare dei toponimi greci Xeròlithos e Orthòlithos
che hanno entrambi il significato di “luogo elevato”), a 70 metri sul livello
del mare, tra la località Montagna Spaccata e Lido Conchiglie,
lungo la litoranea che da Santa Maria al Bagno porta a Gallipoli. Fa parte
della proprietà privata del Sig. Giuseppe Stajano. Anch’essa rientra nel
novero delle piccole o grandi abbazie basiliane affidate alla distruzione del
tempo ed alla sconsiderata incompetenza degli uomini.
Accanto vi
sorgeva un monastero basiliano, di cui oggi non resta nulla. A pochi
metri dalla chiesetta è ancora visibile una laura che
fungeva da dormitorio-rifugio dei monaci.
Il più antico
documento – in cui si fa menzione di un “ναόν του αγίου
ιερομάρτυρος
Μαύρου εν τω
τόπω αναφοράριω”, è datato al mese di maggio 1149. La data
1149 è quindi da considerarsi un terminus ante quem per l’installazione
dell’insediamento monastico e in particolare per la piccola chiesa che, per la
struttura e determinati elementi semantici, si può collocare in questo momento
cronologico.
La
struttura esterna
La struttura
esterna non rispecchia perfettamente lo stile bizantino. A tal proposito Adriano Prandi scrive: “La
chiesa è di tipo nordico, e ha perfino le navatelle coperte da volte zoppe,
come di regola nelle grandi cattedrali pugliesi; eppure la decorazione è
schiettamente orientale”, (da «Il Salento, Provincia dell’Arte Bizantina»).
Egli scorge, tra gli affreschi ancora evidenti di S. Mauro, due correnti,
“quella dei pittori di immagini e quella dei pittori di storie”. Anzi, a S.
Mauro, le immagini ci sembrano di più alta e insolita qualità rispetto
all’ambiente pittorico locale; infatti sono simili ai tipi più popolari della
tarda pittura bizantina, nella quale il disegno e il vibrare della linea
prevalgono sugli effetti cromatici.
La facciata
è semplice, a due spioventi coronati da un piccolo campanile a vela
costituito da due pilastrini con un archetto sovrastante, riconducibili
all’architettura bizantina.
Il portale d’ingresso è ad arco acuto lunato. Al di sopra di esso vi è
una finestrella strombata simile
a quella situata accanto all’abside. Su ciascun lato si apre una porta e
su quello di destra anche una piccola finestra murata. Nel lato posteriore si
nota la fuoriuscita dell’abside a pianta semicircolare, cui corrisponde
la parte emisferica interna.
L’interno
La pianta,
di forma rettangolare, misura m 10,70 di lunghezza e m 6,30 di larghezza,
mentre il semicerchio dell’abside misura m 1,15 di raggio. Consta di tre
navate sorrette da sei pilastri, che a gruppi di tre separano quella
centrale dalle due laterali. Tali pilastri sono di forma quadrangolare e sono
privi di capitelli, ma presentano una semplice cornice all’interno dell’arco. "Unum
habet Altare ad quod ascenditur per quatuor gradus lapideos, quod habet mensam
lapideam et Sanctum lapidem, et supra dictum Altare in pariete nodentur pluras
effigies SS.mi et in medio corum, effigiem S. Mauri Abatis multum antiqua et
vetuste depicta" (Visitatio Pastoralis di Monsignor Filomarini).
La
navata mediana ha una copertura a botte leggermente acuta, le piccole
navate laterali - ciascuna di dimensioni pari all'incirca alla metà della navata
centrale, hanno volte a quarto di cerchio. Gli archi ogivali,
poggianti sui pilastri, vanno a inserirsi direttamente sulla parete interna
della facciata, senza pilastro, ma su mensole. Alcuni hanno parlato di otto
pilastri, impropriamente. L’unico altare, separato dall’iconostasi,
doveva essere rivolto verso i fedeli, secondo il rito greco.
Gli elementi
distintivi, cioè volta a botte, semibotti rampanti e pilastri,
sono peculiari di alcuni edifici dell’area salentina: San Salvatore
presso Sannicola, Santa Maria della Croce a Casaranello, San Giovanni
a Patù, Madonna Odegitria e S. Angelo della Salute a
Galàtone, S. Leonardo a Corigliano d'Otranto, S. Vito a
Sternatia, S. Stefano a Soleto, S. Maria della Grotta a Ortelle,
Apigliano presso Martano, che probabilmente trovano i loro prototipi
nella vicina Grecia, dove, in alcune zone, si sono conservati a lungo (per
esempio, in Epiro).
Il pavimento,
nonostante sia completamente smantellato, permette di osservare tre livelli
diversi di calpestio. Il primo corrisponde a quello dell’ingresso,
comprendendo le prime due luci; un secondo, posto ad un livello maggiore, è in
corrispondenza della terza luce; un terzo, molto più alto, al quale si accede
con tre gradini, corrisponde alla zona del naòs. Il declivio assai
sensibile del pavimento, mitigato da un gradino per tutta la larghezza mediana,
dà una nota caratteristica al tempietto basiliano.
A circa un metro
dal pavimento, rasentando i due ultimi pilastri, si leva ciò che è rimasto del
piano dell’iconostasi, ai cui estremi, sotto due nicchiette, due mensole
sostituiscono la pròthesis e il diakonikòn.
I materiali
usati per la costruzione dell’abbazia sono quelli tipici del Salento, vale a
dire i conci squadrati di tufo carparino e la pietra calcarea sbozzata a
mano.
Il pavimento è
costitutito da un battuto di malta e di materiale fittile.
Gli
affreschi
La decorazione
interna, di cui purtroppo è rimasto poco e quasi niente, fa della chiesa un
vero unicum nell’ambito della tradizione pittorica della Puglia “bizantina”:
tranne brevi note (non poche identità e punti in comune hanno con quelli della
vicina S. Salvatore) gli affreschi sono tuttora inediti.
Pilastri, volte,
pareti, un tempo palpitavano di vita mistica, attraverso le scene
agiografiche nate dal pennello dell’artista asceta.
La qualità degli
affreschi, la loro posizione isolata rispetto alla produzione bizantineggiante
pugliese, il complesso programma iconografico così rigorosamente eseguito,
farebbero pensare ad una maestranza sicuramente greca. Il Guillou, del
resto, ricordava una lettera di Giorgio Bardanes, metropolita di Corfù,
all’abate di Càsole Nettario (1225 circa) portata da un pittore di Corfù
che si recava a Càsole: anche se la decorazione di San Mauro non è direttamente
riferibile a tale avvenimento, in quanto dovrebbe risalire a numerosi decenni
più tardi, la notizia dimostra sia che sono esistite precise committenze a
maestranze estranee alla regione, sia che i rapporti tra i monasteri
italo-greci e la madrepatria erano assai stretti.
Il ciclo di
affreschi, dunque, dovrebbe essere datato alla fine del XIII secolo, per il
modo di concepire lo spazio delle scene con gli evangelisti, con quei giochi
architettonici che determinano “respiri spaziali”.
Sulla parte alta
dell’abside si riesce a scorgere una composizione pittorica, con un personaggio
centrale, che per alcuni sarebbe Gesù, mentre per altri San Mauro;
lateralmente si possono vedere due angeli in atto di preghiera, i quali hanno
alle spalle due finestre con un paesaggio campestre. Il personaggio centrale
appare col capo circondato dal nimbo, seduto sul rialzo; nella mano destra
stringe una verga pastorale mentre nella sinistra una rotula. Tale immagine,
secondo la Castelfranchi, trasmette, nel suo ductus ternario, l’originario
triplice schema della Dèesis, immagine protagonista, nella Puglia
meridionale come in Basilicata e Calabria, dello spazio più significativo
all’interno del programma iconografico, cioè l’abside.
Nella parte
inferiore dell’abside si trovava una raffigurazione molto comune nelle
basiliche paleocristiane: quattro figure di santi padri della chiesa con
fantasie floreali sulle vesti che reggono cartigli contenenti frammenti dei
testi liturgici più noti (sino a qualche decennio fa si potevano ancora
distinguere San Giovanni Crisostomo e San Basilio). Nella nicchia
laterale sinistra dell’abside era visibile la figura di un santo diacono, forse
Stefano o Euplo; in quella destra, invece, leggere sfumature
rossastre e verdi. Tali immagini oggi non sono più visibili: al loro posto
rimane la parete nuda, devastata dal degrado e dall’incuria.
Il Barrella
faceva notare che le figure dell’abside si differenziano molto, e per
tecnica e per linee, da quelle della
volta e degli archi: sarebbero dunque rivelatrici di artisti diversi ed epoche
diverse. Da entrambe, tuttavia, emerge “un palpito di fede vissuta e sentita,
una passione ascetica ed un misticismo profondi, caratteri essenziali dell’arte
basiliana di Terra d’Otranto, arte spirituale per eccellenza, nella quale
gli artisti, più che le forme, intendono dipingere le anime”.
Su ciascun
pilastro sono dipinte due figure di santi, dall’atteggiamento solenne e
ieratico, che si allungano per tutto l’arco, dividendolo. Le loro teste,
aureolate, vanno ad incontrarsi alla sommità dell’arco. Hanno la barba candida,
occhi trasparenti e fissi a un pensiero di fede che par vogliano trasfondere
nell’animo del fedele. Dalla sinistra recano pendenti un’iscrizione che porta
la lode del personaggio che rappresenta. Diverse fra queste epigrafi greche sono
tuttora, almeno parzialmente, leggibili. Ne citiamo una:
MONAXOΣ ΑΚΤΙΜΩΝ
ΑΕΤΟΣ ΥΨΙΠΕΤΙΣ
(Il
monaco Aktimwn come aquila si
estolle)
Il primo
pilastro a sinistra è quello che si trova nelle peggiori condizioni; sulla
facciata anteriore vi è solo uno scorcio di un’aureola appartenente forse a S.
Niceta, vescovo della Dacia del 400. Le immagini delle due facce del
sott’arco che collega il primo pilastro con la parete interna della facciata
sono una di S. Teodoro martire soldato di Tiro, morto nel 306, di cui
rimane solo la testa, con barba castana; l’altro affresco sull’altra metà
dell’arco ogivale, rappresenta S. Luciano, ritratto con la mano destra
che stringe una croce patriarcale sul petto, mentre l’altra mano è sotto il
mantello.
Nel secondo sono
rappresentati S. Gioannicio, canuto, con la mano destra in alto e la sinistra
che mantiene aperto un cartiglio con alcune iscrizioni, e S. Clemente di
Òcrida, con un libro sotto il braccio e la mano destra in segno di
benedizione.
Sull’altro arco
ogivale sono presenti due santi: S. Antonio eremita ed un altro non
identificato.
Nel sott’arco
destro centrale si scorgono S. Simeone lo Stilita, un monaco di Siria
morto ad Antiochia nel 459, e S. Onofrio; il primo si trova su un
pulpito, alla base del quale si avvolge un serpente. Sulla colonna sottostante,
sul lato rivolto verso l’abside, una Madonna
col Bambino, da alcuni ritenuta la migliore composizione pittorica, è quasi
del tutto scomparsa. Ne rimangono qualche linea e la riproduzione fotografica.
Il Barrella vi individuava il tipo tradizionale della Vergine purissima,
Madre di Dio, così comune nelle cripte basiliane di Terra d’Otranto.
Nell’altro
sottarco (il primo, entrando) si può riconoscere soltanto S. Macario
l’Egiziano. Sull’ultimo arco ogivale sono raffigurati S. Eumenio ed
un altro santo non identificato.
Importanti sono
le quattro pitture sopra i rispettivi quattro pilastri dove sono raffigurati
gli Evangelisti, ma sono solo riconoscibili quelli delle due arcate di
sinistra. Il primo è l’Evangelista Marco, seduto in atto di lettura, e
sullo sfondo è visibile un paesaggio urbano. Sul secondo pilastro è raffigurato
l’Evangelista Giovanni, anche lui con un libro, con l’indice della mano
sinistra sul volto e sotto di lui è ritratto S. Paolo Apostolo.
Sul colonnato
destro, sono riconoscibili gli affreschi degli Evangelisti Luca e
Matteo.
Sopra gli archi
sono rappresentati Marco e Giovanni, con storie della
Vita di Gesù Cristo. Purtroppo le immagini sono molto rovinate ed a stento
riconoscibili.
La lettura di
queste dovrebbe iniziare dall’ultimo lato destro, dove si è riconosciuta la Natività
di Cristo. Alla nascita è stato dato ampio spazio; dopo di questa si
racconta la venuta di Gesù al tempio ed in seguito il suo Battesimo “per
immersione”, classico della pittura bizantina del 1200. Seguono altre due
pitture, una la Trasfigurazione e l’altra la Koìmesis. Sulla facciata
sinistra s’incontra l’Ultima Cena, seguita dal Bacio di Giuda,
dove compare lateralmente un gruppo di guerrieri romani ornati di spade e
lance. Il terzo riquadro dovrebbe rappresentare la Crocifissione del Cristo,
mentre il quarto la scoperta, da parte di tre donne, della Resurrezione di
Gesù. Le sequenze, infine, terminerebbero con la Discesa al Limbo di
Gesù Risorto.
Lungo una fascia
che corre da sinistra a destra della volta, sopra il catino absidale, si dovrebbero
individuare due figure, attribuibili ai regnanti Elena e Costantino,
oppure all’imperatrice Teodora ed all’imperatore Giustiniano, a
noi non visibili allo stato attuale.
Sulla volta
della navata centrale, precisamente in due file da nove clipei ciascuna, come
può dedursi dalle pochissime figure integre, erano raffigurati alcuni profeti,
fra graziosi ornati d’acanto e di volute: tutti sono tratti a mezzobusto,
mentre espongono una pergamena.
Secondo la
Castelfranchi, le scene cristologiche ed ancor più le immagini dei profeti, con
quelle lumeggiature che conferiscono ai volti, intensi, una certa gravità, sono
da attribuirsi, probabilmente, ad un pittore principale all’interno della
maestranza che eseguì gli affreschi.
Riguardo al
significato globale del programma iconologico, la stessa studiosa osserva che
probabilmente il ruolo preminente doveva essere svolto dalla originaria
composizione absidale (una Dèesis), tema che riassume in sé, come punto
di partenza e di conclusione della lettura dell’intero ciclo, il messaggio
significante contenuto in ciascuna delle singole immagini. La composizione
absidale, cioè, come summa di ciascuno dei momenti della salvazione
narrati per immagini nel ciclo e del messaggio di esaltazione della vita
monastica da parte dei santi nei sottarchi (nella maggior parte legati al
monachesimo), nell’attesa della Seconda Venuta del Signore.
Si racconta che S. Mauro,
trasferito dalla Libia a Roma per essere sottoposto al trattamento in
genere riservato ai cristiani (anno 284), vi morì martire. Il suo
corpo, trafugato dai compagni di fede, stava per essere riportato in patria. I
fuggiaschi.inseguiti da una nave romana, sbarcarono sulle rive dello Ionio e si
rifugiarono sull’Altolido, in una caverna. Raggiunti, furono uccisi, ma il
corpo del Santo non poté essere bruciato.
Rimessisi in mare, i soldati naufragarono miseramente al largo di
Gallipoli. “Fu allora, che i nostri
concittadini, in quell'antro o grotta innalzarono una Chiesa in onore del martire
S. Mauro, e due altri soci, celebrandone annualmente la festa”, da «Memorie
Istoriche della Città di Gallipoli», di Bartolomeo Ravenna.
La festività di S. Mauro,
celebrata il 1° maggio, era occasione di incontri e di devozione intorno al Santuario.
La fiera doveva svolgersi ai margini dell'Abbazia. Il Gabrieli («Bibliografia
di Puglia») rileva nel folklore una traccia della ricorrenza: “lo scambio
de "lu masciu" tra amici o fidanzati mediante vassoi ricchi di
primizie, fiori e doni”.
La Chiesa di S. Mauro sorse
come Monastero Bizantino. Nel 1268, distrutta Gallipoli e S. Maria delle
Servine ad opera di Carlo d'Angiò, i vescovi di Gallipolì si rifugiarono prima nella chiesa della
Lizza di Alezio e poi sulla collina
di S. Mauro. I cittadini scampati alla furia del re angioino andarono
ad accrescere i nuclei abitati delle vicinanze: Rodogallo, San
Nicola, Lizza.
“Et fiat clavis ferrea in porta Ecclesiae”, si legge nella Visita
Pastorale di Mons. Filomarini: 13 novembre 1714; il vescovo
forse prevedeva già lo scempio che sarebbe stato effettuato all’interno della
piccola chiesa nel XX secolo.
Le vicende di S. Mauro sono
connesse con lo sviluppo della provincia bizantina del Salento e con
l’intrecciarsi ed il sovrapporsi di leggende che le popolazioni locali hanno
tinto del colore delle loro tradizioni. La vita dell'abbazia comprende un
periodo che va all'incirca va dall’XI secolo alla fine del XV. In un registro
dell'Archivio, nella Curia episcopale di Nardò, è annotata la data di consegna
di diciotto pergamene greche, chieste dalla Prefettura di Lecce. Si
tratta di un giorno molto lontano, il 9 dicembre 1864. Da allora i preziosi
documenti non hanno fatto più ritorno al luogo di provenienza, nonostante le
richieste formulate in vari periodi.
Le prime notizie
dell'esistenza del monastero di S. Mauro, situato su una piccola
collina in località Serra dell'Altolido, pochi chilometri ad ovest del
comune di Sannicola, laddove è ancora oggi visibile la sola chiesa
abbaziale, si ricavano dai pochissimi documenti che ci sono pervenuti
grazie all'edizione del Trinchera: gli originali, come si sa, sono andati
irrimediabilmente perduti. Di essi ben dieci riguardano S. Mauro: tre
sono del XII secolo; gli altri sette, invece, appartengono tutti al XIII
secolo.
Il più antico è quello del maggio 1149 con cui
Salomone, dominus di Aradeo, insieme ai suoi figli, Guglielmo ed Enrico,
donano al monastero, in persona del suo egumeno Gerasimo, una casa posta
con ogni probabilità in Aradeo; il secondo è del dicembre 1167 e riguarda
la donazione che il monaco Ilarione e suo fratello Angelo fanno di sé stessi e
di tutti i loro beni paterni situati in Gallipoli al monastero di S. Mauro; il
terzo dell'agosto 1172, è un altro atto di donazione di beni mobili ed
immobili, effettuata a favore del monastero dal monaco Ioannikios.
Le frequenti donazioni che questi tre esempi fanno
supporre, non furono un caso isolato.
Cinque dei restanti documenti greci, altrettanti atti di donazione in
favore di S. Mauro sui quali non è il caso soffermarsi, forniscono la conferma
degli stretti legami e delle positive relazioni tra il monastero e gli abitanti
della città e del contado di Sannicola durante il XIII secolo e ci consentono
di rilevare un attaccamento di tipo devozionale verso l’ente monastico italo-greco
soprattutto da parte di quei benefattori che alienarono i loro beni, o parte di
essi, con l’intento di meritarsi le preghiere di intercessione e di suffragio
della comunità monastica.
Utili riferimenti sul
monastero ci forniscono due lettere di Onorio III del 1219, le Collectorie
degli anni 1310, 1324, 1325, i Libri obligationum per gli
anni 1386, 1404, 1453, il registro dei censi del 1482 e infine alcuni documenti
pontifici.
Altre indicazioni si ricavano
dalle relazioni delle due visite pastorali effettuate da Pelegro Cibo,
vescovo di Gallipoli, nel 1548 e nel 1567, i cui originali, però, risultano
attualmente mancanti nell'archivio della curia vescovile. Per nostra fortuna parti di quelle relazioni
che si riferivano a S. Mauro sono state utilizzate dal Ravenna, che riporta,
dalla visita del 1548, la serie degli abati a partire dal 1482 e, da quella del
1567, il passo relativo alla visitatio di S. Mauro, nonché dal Massa,
che indica sommariamente l'insieme dei possedimenti del monastero cosi come
risultavano al momento della visita del 1548.
Va infine ricordata
l'annotazione catastale del 1751 nella quale si elencano i possedimenti del
monastero allora amministrati da “Carlo Michele d'Altan, vescovo di Vania in
Ungheria”.
Degli abati di S. Mauro
conosciamo solo pochi nomi: Gerasimo, ricordato nel 1149; Giacomo,
citato nel 1203; Nicodemo, attestato nel 1208; Teoto, menzionato
nel 1219; Ieroteo, della cui morte si ha notizia in una lettera di
Gregorio XI dell'aprile 1374, ma che risulta titolare del monastero già in una
lettera molto dubbia di Clemente VI, datata 30 maggio 1348, conservata
nell'archivio vescovile di Gallipoli.
Morto Ieroteo la serie abbaziale si arricchisce di tre abati nello
spazio di due anni. Il 29 aprile 1374,
infatti, Gregorio XI nominò a succedergli come abate Antonio de Agrimio,
monaco dello stesso monastero. A
costui, che governò S. Mauro per poco tempo essendo morto nel corso dello
stesso 1374, succede Romano Riccio, figlio di Angelo, già monaco di S.
Nicola di Pergoleto, che venne nominato il 7 gennaio 1375 da papa Gregorio
XI e il cui governo abbaziale fu ugualmente di breve durata essendo
anche lui morto nello stesso anno della sua nomina. Il 22 gennaio 1376 vediamo
nuovamente Gregorio XI nominare come abate di S. Mauro Moyses di
Costantinopoli, monaco del monastero di S. Salvatore di Chora a
Costantinopoli, che resse il monastero per circa un decennio, fino a quando
cioè Clemente VII non vi nominò, essendo lui ormai morto, Angelo di
Grottaglie, monaco del monastero basiliano di S. Vito del Pizzo.
Conosciamo
ancora l'abate Antonio, morto prima del 7 maggio 1404, giorno in cui Riccardo,
suo successore, promise di pagare la tassa per il comune servizio; Domenico,
che si obbliga il 31 agosto 1453 e infine Palamàdes, attestato nel 1482
ed ancora vivente nel 1521.
Poco distante da San Mauro
sorgeva l'altro monastero italo-greco di San Salvatore, la cui
chiesa abbaziale, ancora esistente, è attualmente incorporata nella masseria
omonima sita nel territorio comunale di Sannicola.
La fondazione del monastero,
le cui prime testimonianze appartengono al XIV secolo, deve con ogni
probabilità essere assegnata allo stesso periodo in cui venne eretto il vicino
monastero di S. Mauro: le caratteristiche architettoniche e strutturali delle
due chiese abbaziali superstiti sembrano infatti senza alcun dubbio simili,
così come teologicamente molto simili sembrerebbero anche i programmi
pittorici dei due edifici, stando a quello che si può ancora leggere della
decorazione originaria dell'abside di S. Salvatore.
La prima notizia ufficiale
del monastero risale al 1310, anno in cui l'abate del monastero pagò al
collettore delle decime la somma di 26 tarì e mezzo. Viene poi nuovamente
ricordato nelle Collectorie del 1324 e del 1325 a proposito del
versamento per le decime di 22 tarì e 10 grana. Appena sette anni dopo, però,
l'istituto monastico sembra avviato ad una profonda ed irreversibile crisi
dapprima economica poi di vocazioni monastiche. Ce lo conferma il fatto che nel 1332 l'abate Luca, successore
di Paolo passato a ricoprire la cattedra vescovile di Gallipoli nel 1331,
venne esentato dal pagamento della consueta tassa per il servizio comune,
cui era tenuto il nuovo eletto, “propter paupertatem”, in quanto cioè la
rendita annua dichiarata o presunta del monastero risultò allora inferiore al
minimo stabilito, che era di 100 fiorini d'oro de camera. Lo ribadisce la lettera pontificia del 26
luglio 1396 con cui Bonifacio IX dispose, anche a causa della totale assenza di
monaci – notizia che il papa traeva
dalla richiesta presentatagli da Guglielmo, vescovo di Gallipoli, che il
monastero fosse incorporato tra i beni della mensa capitolare di Gallipoli.
Bisogna comunque dire che tra
il primo terzo e la fine del Trecento il monastero continuò ad ospitare
regolarmente una comunità monastica, tant’è che nel 1347 il suo abate
Niceforo venne nominato abate di S. Nicola di Càsole dall'arcivescovo di
Otranto Giovanni, anche se poi tale provvedimento venne annullato da Clemente
VI, e nel 1366 un monaco di S. Salvatore, Niceforo de Stefanitio,
divenne abate di S. Nicola de Maliodo, monastero basiliano della diocesi
di Squillace. Ma non mancavano certo i monaci nel 1358 quando Innocenzo
VI in seguito alla morte dell'abate Simone, successore di Niceforo, provvide
a nominare abate di S. Salvatore Andrea, già monaco del monastero
basiliano di S. Maria di Talsano in diocesi di Taranto (che in precedenza era
stato per qualche tempo abate di S. Nicola di Malegnano in diocesi di Oria, ma
essendo la sua elezione avvenuta contro il decreto di riserva pontificia, fu
successivamente destituito dal papa), e fece notificare la sua lettera ai “dilectis
filiis, conventui monasterii Sancti Salvatoris, Ordinis sancti Basilii,
Gallipolitane diocesis”.
A proposito di Andrea, tutto
lascia pensare che non prese mai possesso del monastero. Nella Collectoria del settembre 1373,
San Salvatore risulta vacante e difatti pagò nihil, mentre dalla
lettera di Gregorio XI del 7 ottobre 1373 sappiamo che la nomina di Nicodemo
di Pantaleone, monaco del monastero di S. Vito del Pizzo, ad abate di S.
Salvatore, viene disposta facendo riferimento alla vacanza susseguente alla
morte di Simone e non già di Andrea, e per di più che anche stavolta la lettera
venne notificata al conventui monasterii.
A questo punto,
sulla base degli elementi fin qui emersi, si fa strada il dubbio che il vescovo
di Gallipoli nel riferire al pontefice sia l'urgenza di poter contare su nuove
entrate sia l'effettivo abbandono del monastero da parte dei monaci, abbia di proposito
falsato la realtà delle cose nella prospettiva di vedere accolta più facilmente
la sua richiesta. Il dubbio diviene certezza quando, 26 anni dopo il
provvedimento di Bonifacio IX, vediamo l’abate pro tempore di S.
Salvatore, Giovanni Antonelli di Sant’Elia, rivolgere un’accorata
supplica a papa Martino V per far
restituire al monastero l’autonomia e la dignità abbaziale, adducendo come
motivo principale il fatto che l’annessione decisa da Bonifacio IX il 26 luglio
1396, oltre che risultare dannosa per la stessa sopravvivenza del monastero,
fosse stata disposta sulla scorta di una infondata valutazione del presule
gallipolino circa la diminuzione e la inadeguatezza del gettito finanziario
della mensa del capitolo.
Poco altro c’è da
aggiungere. A parte i sette abati già menzionati – nell’ordine Paolo, Luca,
Niceforo, Simone, Andrea, Nicodemo e Giovanni – ricordiamo ancora Maximiano
Marte e Francesco Camaldari, attestati nel XVI secolo.
Segnaliamo infine che il monastero è registrato nel
catasto conciario di Gallipoli del 1751: l'abate commendatario di allora
risulta essere “D. Carlo Nicodemi commorante in Roma”.
Nel «Syllabus Graecarum
Membranarum» si possono leggere, nella versione greca e nella traduzione
latina, i documenti scomparsi che riguardano S. Mauro.
Dal 1149 al 1227 dette
pergamene testimoniano la florida presenza dell'antica abbazia di S. Mauro. Il loro contenuto riferisce
di cospicue donazioni a favore della comunità religiosa già esistente sulla
collina.
“Salomon dominus terrae
Aradei, eiusque filii Guglielmus et Henricus monasterio S.Mauri domum donat”:
è il maggio del 1149. Il contratto è
stipulato, alla presenza di testimoni, tra il proprietario Salomone, e i suoi
figli Guglielmo ed Enrico, e il superiore del monastero di S. Mauro,
Gerasimo. Il corrispettivo della
donazione non fu solo il consenso. Il Convento dovette infatti pagare, “a
titolo di elemosina”, trecento michelati e un vitello. Giudice e notaio
Teodorico.
Nel mese di dicembre del
1167, “Hilario et Angelus filii Nieri se ipsos eorumque bona Gallipoli sita
monasterio S. Mauri dicano”.
L’agosto
del 1172 segna il passaggio di altri beni alla comunità dei monaci di S. Mauro:
“Ioannicus monachus nonnulla boria tum mobilia, tum immobilia monasterio S.
Mauri donat”. Il documento presenta molte lacune. Oltre all'estensione e ai limiti dei beni offerti, reca solo il
nome del vescovo di Gallipoli, Teodosio. Dalla storia di Gallipoli del Ravenna
si rileva tuttavia che non si trattava di Teodosio, ma di Teodoro.
Ben
tre donazioni furono effettuate nel 1203, tra gennaio e febbraio. “Maria
filia Iordani, eiusque mater Rametta, et sorores Anna ac Theodata Iacobo priori
monasteri S. Mauri praedium donant”.
Segue una pergamena senza data, ma sicuramente dello stesso anno della
precedente: “Maria filia Iordani, eiusque mater Rametta, et sorores Anna et
Theodata, donat Iacobo priori monasteri S. Mauri quaedam praedia sita in
pertinentis Aradei”.
Il
capo della comunità religiosa è sempre Giacomo, giudice è ancora Giovanni. Gli
stessi nomi ricorrono nella terza donazione dell’anno: “Donata filia
defuncti Nicolai Cateci Iacobo priori monasteri S. Mauri partem superiorem et
inferiorem suae domus donat”. Anche qui, un corrispettivo, di imprecisata
entità, per la sepoltura e i funerali della donante.
“Donatio praedii facta
Nicodemo praeposto monasteri S. Mauri”: giugno 1208. Con le stesse formule
notarili si stipula un altro contratto a favore di S. Mauro.
Il tenore del documento
cambia l'ottobre del 1219: “Sentitia contra Sergium lata, qua monasterio S.
Mauri certam pecuniae quantitatem quotannis solvere damnatur”. Per quanto il testo sia lacunoso, si ricava
da esso che la somma doveva essere pagata ogni anno, in occasione della
festività di S. Mauro.
Nell'agosto del 1227 due
coniugi s’impegnano a corrispondere un “census annuus octo solidorum pro
lucernarum accensione” per l'affitto di una casa di proprietà del
monastero: “Blancus Genuitus (Lanuitus?) et eius S. Mauri se quotannis
soluturos solidos octo pro domo, quam ab eodem incolendam acceperant”.
Un’ultima pergamena,
concernente S. Mauro, è riportata dal Trinchera nel “Syllabus”. Non reca la
data: “Riccardus Martellus donat monasterio S. Mauri nonnullos homines”.
Un documento vaticano del 1325 afferma che "da
parecchio tempo Nardò era sede della diocesi abbaziale nullius e
perciò Stesso non poteva essere nella diocesi di Gallipoli". Nardò poi
dipendeva dall’Arcivescovo di Brindisi per l'amministrazione del sacramento
dell'Ordine. Dal documento Vaticano
del 16 aprile 1325 si ricava che Nardò divenne sede vescovile solo dopo 130
anni dalla distruzione di Gallipoli e che l'abbazia di S. Mauro risultava la
più ricca tra quelle esistenti nella diocesi. La colletta che pagò al Collettore Bartolomeo fu di due once e
venti tareni, in proporzione alle rendite di cui essa godeva.
In
tutti gli atti di donazione l’offerente si obbliga, dinanzi a Dio e agli
uomini, di rispettare il contenuto del documento trascritto dal pubblico
ufficiale. In caso di inosservanza dei termini del contratto, il donante si assoggetta
a una grossa multa fiscale, a beneficio dello stesso convento, e alla
maledizione più strana della divinità offesa.
Se
alle donazioni ricevute si aggiungono gli acquisti effettuati dai preposti
della comunità di S. Mauro, si definisce la notevole importanza dell'antica abbazia. Dal Tanzi e dal Barrella (studiosi non
testimoni) rileviamo che nel 1576 il territorio dell’Altolido, appartenente a
San Mauro, si estendeva per circa due miglia, in gran parte destinato a bosco e
a pascolo. I basiliani, però, ebbero periodi di crisi o disgrazia per problemi
demografici o di successione. Nel 1497 da un privilegio del re aragonese si
evinceva che l'abbazia era senza monaci e con un solo abate: Privilegio di Federico
II d'Aragona, dato a Napoli il 19 maggio; S. Mauro "è roynata senza
monaci solu’ con lo abate, quale rende circa ducati cento l'anno supplicano a’
loro altezze piacza, et si degneno gratiose quella concedereet donar allo
Capitulo, et Clero di detta Città dopo la morte del presente Abbate cu’ sit, (...)".
Il riconoscimento regio premiava i gallipolini per la fedeltà durante
l'invasione francese. Nello stesso
documento si stabilisce che, nell'assegnazione dei benefici vacanti, si tenga
conto del clero di Gallipoli, con esclusione dei forestieri.
Nel
1516, quando giunsero i frati predicatori domenicani, tutti i beni dei
basiliani passarono ai monaci di S. Domenico. Nel successivo Diploma, dato a
Barcellona il 20 agosto 1519, in occasione dell'incoronazione di Carlo V
d'Asburgo re di Spagna e di Napoli, si promette che la chiesa, morto l’abate
Palamàdes, sarebbe passata al clero gallipolino. Adriano VI, con un
Breve del 31 agosto 1522, conferma il “privilegio” di Carlo V. I beni
dell’Abbazia vengono concessi a sei beneficiati del Capitolo della Cattedrale
di Gallipoli. Quindi, morto l'ultimo abate e scomparsi i basiliani da
Gallipoli, quella chiesa, con terre e proprietà annesse, sarebbe dovuta passare
al clero, ma ciò non avvenne mai. Il documento è conservato nell'archivio di
Stato di Napoli.
L'abbazia
di S. Mauro fu venduta a favore del seminario gallipolino solo nel 1760 e
divenne proprietà del cardinale Pignatelli, arcivescovo di Napoli.
Poi con l’unità d'Italia furono
messi in vendita i beni ecclesiastici e così il vasto territorio
dell'Altolido, compresa l'abbazia bizantina, fu acquistato dal giudice
Giuseppe Staiano; attualmente la figlia del nipote dell'acquirente ne
detiene la proprietà.
Non
c’è traccia nell'Archivio episcopale di Gallipoli della Visita di Mons. Pelegro
Cibo del 1564, considerata la più antica. Essa è riportata da Bartolomeo
Ravenna («Memorie Istoriche della Città di Gallipoli»). Ci sono ancora i
manoscritti delle Sante Visite di Mons. Antonio Perez della Lastra (1693) e di
Mons. Oronzo Filomarini (13 novembre 1714). In esse si parla di S. Mauro, della
sua originaria struttura, dei resti dell'edificio, degli affreschi.
Solo
nella seconda metà del secolo XVIII, circa verso il 1760, le rendite del
calogerato di S. Mauro passarono definitivamente al Seminario Diocesano di
Gallipoli. Sollecito autore del
passaggio di proprietà fu Mons. Serafino Branconi, vescovo della città ionica:
“e subito si portò in Napoli per poter ottenere col mezzo di Sua Maestà
Napolitana il Beneplacido di Roma per l'Abbadia di S. Mauro, la quale è di
vendita per più di quattrocento ducati, acciocché restasse per poter mantenere
il Seminario; e di già ottenne e principiò, una si grande fabrica con tutta
l'arte e polizia, che in pochi anni fu compita”. Testimone dello zelo del
Vescovo è il Patitari, il cui manoscritto si conserva nella biblioteca civica
di Gallipoli.
Ancora
nella prima metà dell’800, secondo quel che scrive il Ravenna, nella Chiesa di
San Mauro “si celebra messa ne’ soli giorni di precetto da qualche sacerdote,
che colà espressamente si reca per comodo di coloro che dimorano in quelle
vicinanze”.
La
presenza di un antro, a lato della chiesetta di S. Mauro, giustifica ancora una
leggenda che la gente del luogo e gli scrittori salentini si portano dietro da
sempre. È bene riferirla in breve per dare un motivo alla devozione con cui si
è guardato spesso alla grotta che si apre sulla collina dell’Altolido.
Le
aperture nel terreno sono due o tre, di cui una sola veramente accessibile, e
fino a un certo punto. Si tratta della
cavità più ampia e forse più importante, quella della leggenda. Gran parte di essa è seminterrata. Al lume di torce, tra migliaia di
piccolissimi insetti, che all'interno della grotta e alle pareti della chiesa
si uniformano in un panno nero appena in rilievo, si è potuto scorgere qualche
frammento di pittura che non basta a stabilire l’effettiva destinazione della
cavità. Al di sopra di essa,
all'esterno, e dietro l’Abside, mucchi di pietre rimangono accatastati, ma non
sciolgono alcun interrogativo. Si è
provato a scavare con le mani e un mezzo rudimentale: è venuto fuori un muretto
di tufo. Al di sotto della terra potrebbero trovarsi i resti dell'antico
cenobio; all’interno dell’antro, altri frammenti di pittura, forse i
primitivi, rudimentali altari, i giacitoi.
Se nel Salento si volesse trovare un esempio
probante di come non sempre la fortuna critica di un monumento segna anche
quella della sua conservazione e manutenzione, la chiesa di San Mauro, nel
feudo di Sannicola, è lì che si offre alla constatazione dei fatti. Non che sia
mai stata oggetto di studi monografici o particolarmente approfonditi, ma nessuno
studioso di arte bizantina o semplicemente di cose salentine, ha potuto evitare
un riferimento, un accenno, una citazione e qualche pagina di osservazione.
Non si contano poi gli appelli che intellettuali,
conoscitori, appassionati, associazioni, hanno lanciato dalle pagine di
giornali e riviste, perché la piccola chiesa, insieme alla vicina e sempre
trascurata chiesa di San Salvatore, fosse oggetto di attenzione
per un accurato restauro.
Come
però succede sempre in queste cose, le competenze, i ruoli e i poteri sono così
mal definiti che se nel frattempo il monumento crolla, palazzo Vernazza a Lecce
o il duomo di Noto (Ragusa) insegnano, nessuno ne ha colpa.
La Soprintendenza ai BAAAS non può intervenire
perché il monumento è proprietà privata, e nessuna legge consente allo stato il
restauro di proprietà privata.
La proprietà privata potrebbe avvalersi
del contributo dello Stato se però consentisse poi il godimento pubblico del
bene culturale, ma non vuole consentire.
Ad un primo approccio, le strutture della chiesa San
Mauro nel loro complesso (fondazioni, paramenti murari, pilastri, archi e
volte) non mostrano dissesti di particolare gravità, ed il loro stato di
conservazione, sotto il profilo statico, può dirsi soddisfacente. Una fessurazione non
preoccupante, sull'asse mediano della facciata e del campanile, sembra
imputabile alla spinta delle volte.
Seria
invece l'alterazione dei paramenti murari perimetrali e dei corrispondenti
intonachi interni affrescati per l'umidità ascendente dalle fondazioni, che ha
portato, assieme all'abbondante proliferazione di alghe ed a non poche
manomissioni, alla quasi totale scomparsa dei cicli figurativi.
All’esterno vistosi fenomeni di erosione dei conci - ed in particolare
l'alveolizzazione – evidenziano le alterazioni caratteristiche dell'azione
combinata degli agenti atmosferici con l'umidità di risalita.
Ulteriori danni si sono pure prodotti per infiltrazioni
d'umidità, in particolare perimetralmente al corpo di fabbrica, dal manto di
copertura – del tipo detto “astrecu” o “ascicu” – interessato da
abbondanti depositi superficiali.
Il
pavimento interno, in battuto, appare notevolmente sconvolto e manomesso,
particolarmente nella zona presbiteriale, ciò nonostante sono ancora conservati
i livelli dei piani di calpestio, più elevati nel presbiterio rispetto alle tre
navate.
Dai
vani delle porte e finestre sono scomparsi, ovviamente, i serramenti; alcuni
vani sono stati murati.
Il
portichetto anteriore di cui re stano i
muri laterali è un’aggiunta recente come documenta la foto Palombo (circa
1930), mentre l'abside è ancora ben conservata.
Volendo avanzare delle prime e sommarie ipotesi di restauro si può iniziare col dire che,
per un risanamento statico, potrebbe bastare la riduzione del carico dei rinfranchi,
la ricucitura con imperniazione delle fessurazioni, oltre alla risarcitura di
queste ultime.
L’umidità
ascendente
potrebbe venire adeguatamente intercettata
con il taglio meccanico, a livello appena superiore al piano di
spiccato, delle murature perimetrali ed inserimento di uno sbarramento
orizzontale con resine.
La
presenza, all'interno, degli affreschi sconsiglia di sostituire dall'esterno i conci più
danneggiati ed erosi con la tecnica del “cuci e scuci”; più idoneo appare
invece, per assicurare un’adeguata protezione ai paramenti, il trattamento
periodico degli stessi con idrorepellenti, naturalmente reversibili e da
scegliere dopo specifiche indagini di laboratorio.
Per
impedire ulteriori e future in filtrazioni
dal manto di copertura sembra inevitabile il suo rifacimento in
perfetta analogia, dopo la collocazione di una guaina impermeabilizzante
elastomerica.
Pure
il pavimento potrebbe veni re integrato
con altro analogo, mentre i nuovi serramenti dovrebbero assicurare una corretta ventilazione naturale, per non
sconvolgere irrimediabilmente l'attuale situazione microclimatica.
Per concludere, non sarà superfluo ricordare che i
futuri auspicabili interventi non potranno naturalmente prescindere da un
accurato rilievo, condotto su basi di massima scientificità, dello stato di
conservazione di ogni singolo elemento costitutivo, e che le tecniche di
restauro, per assicurare la perfetta conservazione degli affreschi,
dovranno preventivamente venire individuate con ogni possibile indagine
di laboratorio.
Relazione compilativa sulla Chiesa Bizantina
di San Mauro redatta per il Comune di Sannicola (LE) dal
COORDINAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI DELLA GRECÌA
SALENTINA
http://www.geocities.com/enosi_griko
*********
CARDUCCI L., Storia del
Salento. La terra d’Otranto dalle origini ai primi del Cinquecento,Congedo
Editore, Galatina, 1984.
CASSIANO A., BOZZA R., FALLA
CASTELFRANCHI M., Un monumento da salvare: San Mauro presso Gallipoli,
Italia Nostra, 1984.
ERRICO A., La chiesa di
San Mauro, 1988.
FONSECA C.D., BRUNO A. R.,
INGROSSO V., MAROTTA A., Gli insediamenti rupestri medioevali nel basso
Salento, Congedo Editore, Galatina, 1979.
POSO C.D., Il Salento
normanno. Territorio, istituzioni, società, Congedo Editore,
Galatina, 1988.
SCRIMIERI G., Immagini
e storia della chiesa di San Mauro in territorio di Sannicola, in
“La Zagaglia” n.37, 1968.
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